Acciaierie d’Italia

Ex Ilva, si complica la vertenza: parte la cigs per tremila lavoratori

Fallisce l’incontro al ministero del Lavoro, inizia la cassa integrazione

di Domenico Palmiotti

Ex Ilva, Bombardieri: ”Troppa indeterminatezza da governo e azienda”

3' di lettura

È saltata nella serata del 28 marzo la trattativa al ministero del Lavoro per la cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d’Italia, ex Ilva. La cassa, collegata alla ristrutturazione industriale, parte quindi dalla stessa giornata del 28 e coinvolge 3mila dipendenti, di cui 2.500 solo a Taranto, per un anno. Dopo l’incontro di venerdì 25 al ministero, le parti si erano riaggiornate per cercare di avvicinare le posizioni, molto distanti sia tra sindacati e azienda che tra gli stessi sindacati.

Dopo diverse ore di discussione, l’ex Ilva ha proposto una riduzione della cassa a 2.750 unità (ma già venerdì scorso era scesa a 2.800) e il riconoscimento di una integrazione economica alla stessa cassa con il rateo della tredicesima mensilità. Questa proposta non è stata però ritenuta sufficiente dai sindacati. Che hanno rilanciato chiedendo che vi fosse una diminuzione della cassa man mano che la produzione di acciaio fosse salita, introducendo anche degli strumenti per gestire il tutto.

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I motivi della rottura del tavolo

Alla fine, il negoziato è saltato, sfociando nel mancato accordo, perché i sindacati hanno contestato all’ex Ilva il fatto che la cassa straordinaria non fosse solo da marzo 2022 a marzo 2023 ma avesse anche una proroga nei prossimi tre anni, sino al completamento del piano industriale la cui attuazione completa è fissata al 2025.

Altro punto di contestazione mosso dalle sigle sindacali, il fatto che l’azienda abbia subordinato la piena occupazione non ai 6 milioni di tonnellate di acciaio, che sono quanto previsto dall’accordo al Mise di settembre 2018, quando ArcelorMittal subentrò a Ilva in amministrazione straordinaria, nonché quanto stabilito dall’Autorizzazione integrata ambientale, ma agli 8 milioni di tonnellate. Che sono il nuovo livello di produzione del piano industriale collocato però nel 2025.

Acciaierie d’Italia ha sostenuto che la prosecuzione della cassa straordinaria negli anni successivi e il riassorbimento del personale con 8 milioni di tonnellate, erano aspetti già specificati nella lettera con cui nelle settimane scorse è stata avviata la procedura degli ammortizzatori sociali. Per i sindacati, l’azienda non può pretendere che quanto scritto in una lettera poi diventi realtà, altrimenti, sottolineano, non avrebbe alcun senso fare le trattative. Lunedì 28, infine, a Taranto i sindacati Uilm e Usb hanno indetto uno sciopero nel primo turno contro la cassa integrazione.

Le reazioni dei sindacati

«Abbiamo fatto il possibile per colmare le distanze che c’erano con l’azienda sia sui numeri dei lavoratori che sarebbero stati interessati dalla procedura, che sulle modalità di gestione della stessa, nonché del trattamento dei ratei per i lavoratori posti in cassa perché ormai i loro salari sono stati falcidiati per troppi anni dagli ammortizzatori sociali», commenta Valerio D’Aló, segretario nazionale Fim Cisl.

«L’azienda ci ha detto voleva produrre 2 milioni di tonnellate in più (arrivando a 8 milioni di tonnellate) con lo stesso personale e quindi non aumentare gli organici. Invece l’aumento di una sola tonnellata di acciaio per noi voleva dire meno lavoratori in ammortizzatori sociali e non il contrario», rimarca D’Aló.

Per Rocco Palombella, segretario generale Uilm, «con questo piano l’azienda prevede nel tempo il licenziamento di 3mila lavoratori, a cui si aggiungono i 1.700 attualmente in Amministrazione straordinaria. Un disastro occupazionale inaccettabile». «Dopo questo atto incomprensibile da parte dell’azienda vogliamo capire dal Governo cosa intende fare e se può permettere tutto questo», conclude Palombella.

Per Francesca Re David e Gianni Venturi, rispettivamente segretario generale e segretario nazionale Fiom Cgil, c’era da parte del sindacato «la disponibilità ad un accordo di transizione per 12 mesi, considerando la straordinarietà e l’incertezza del contesto, senza mettere in discussione l’accordo del 2018 e la piena occupazione». Per la Fiom, «una gestione unilaterale della cassa integrazione straordinaria comporta, a maggior ragione, una verifica stringente sull’uso corretto dello strumento, a partire dalle rotazioni e dal rapporto fra risalita produttiva e organici».

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