ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla crisi del siderurgico

Ex Ilva, il sindaco di Taranto: «Catastrofe annunciata»

Dopo l’arrivo del nuovo amministratore delegato Morselli e la rottura del contratto di affitto di ArcelorMittal, la città si aspettava un piano di tagli. Il sindacato fa muro ma tra gli operai serpeggia la volontà di trovare un accordo per uscite incentivate

di Domenico Palmiotti


La notte dell’Ilva, la notte di Taranto

3' di lettura

«Catastrofe annunciata». Il commento del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, sintetizza la reazione della città all’annuncio di ArcelorMittal di 4.700 esuberi, di cui 2.900 in una prima fase immediata. Un numero globale non certo lontano dai 5.000 esuberi prospettati nelle ultime settimane. “Catastrofe” perché è evidente che gran parte degli esuberi impatteranno proprio su Taranto, che ha già circa 3.000 cassintegrati di provenienza siderurgica tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal. E “annunciata” perché la dichiarazione degli esuberi, anche nelle proporzioni, non è che sia stata una novità assoluta. Inaspettata. Sono ormai mesi che a Taranto non si parla che di tagli e di ridimensionamenti. Il tutto in un crescendo: prima con l’avvio della cassa integrazione ordinaria a luglio (coinvolti 1.395 addetti, ora sono 1.276), poi con l’arrivo a ottobre del nuovo amministratore delegato Lucia Morselli (e qui è stata ampiamente ricordata la sua gestione alle acciaierie di Terni). Infine, con la volontà dell’azienda di recedere dal contratto di fitto dopo un anno dall’avvio. «Il Governo ora ci dica come e se intende tenere aperta la fabbrica, come assicurerà reddito a migliaia di cittadini e bonifiche miliardarie ad una città che ha sacrificato tutto per il bene e il prestigio dell’Italia» dichiara il sindaco di Taranto.

La posizione di Confindustria Taranto
«È un piano che ha un impatto enorme - afferma il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro -. Non mi quadra la diminuzione degli occupati con l’aumento della produzione». Giorni fa Confindustria Taranto aveva raggiunto una tregua con ArcelorMittal sul pagamento delle fatture arretrate alle imprese dell’indotto-appalto grazie anche alla mediazione di Regione Puglia e Comune di Taranto: ora la tregua salta? «Sono i sindacati che hanno dichiarato uno sciopero a fronte di un piano giudicato da loro irricevibile. Per quanto ci riguarda - aggiunge Marinaro - auspichiamo che l’intervento del Governo riapra un canale di trattativa e rassereni il clima».

I sindacati locali
«Al Mise potevamo fare solo quello che abbiamo fatto: rifiutare il piano di ArcelorMittal e abbandonare il tavolo - afferma Biagio Prisciano, segretario Fim Cisl Taranto -. Hanno parlato di un nuovo piano ed hanno assolutamente omesso ogni riferimento all’accordo di settembre 2018 che per noi, invece, è vincolante. Lo abbiamo detto all’azienda: la trattativa parte da lí. Ora? Aspettiamo la proposta del Governo relativamente ad un nuovo piano industriale, anche perché il Governo è garante dell’intesa del 2018. Il 10 dicembre - conclude Prisciano - andremo a Roma per lo sciopero nazionale. Non ci saranno altre manifestazioni locali».

L’ipotesi degli scivoli
Tutto il sindacato fa muro sull’accordo di un anno fa ma se poi si parla con i delegati di fabbrica emerge anche un’altra storia. Ovvero che molti lavoratori, consapevoli che si va incontro ad una drastica cura dimagrante, sarebbero pure propensi a lasciare definitivamente l’ex Ilva purché garantiti. Come? O con un incentivo economico all’esodo anticipato (che si vorrebbe più sostanzioso rispetto ai 100mila euro lordi a scalare assicurati da Ilva in amministrazione straordinaria a coloro che si licenziavano), oppure con la pensione frutto del riconoscimento all’esposizione all’amianto per spuntare condizioni agevolate. Solo che se da un lato questa richiesta viene espressa in diverse assemblee di stabilimento, dall’altro non ci sono, al momento, strumenti e risorse in grado di sostenerla e renderla attuabile.

La decisione sull’area a caldo
Oggi, infine, si attende il responso del custode giudiziario dell’area a caldo del siderurgico, Barbara Valenzano, ai fini della proroga chiesta da Ilva in as, proprietaria degli impianti, per gli ulteriori lavori di messa a norma dell’altoforno 2. Se il responso sarà positivo, la proroga temporale, su cui dovranno pronunciarsi a brevissimo sia il pm competente, Antonella De Luca, che il giudice del dibattimento, Francesco Maccagnano, non dovrebbe essere un problema. L’iniziale scadenza del 13 dicembre prossimo - posta per i lavori all’altoforno 2 - dovrebbe essere superata e aggiornata togliendo così dalla strada almeno un ostacolo tra i tanti ora presenti.

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