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Ex Ilva, lo Stato entra a Taranto ma resterà al 50% fino al 2022

di Paolo Bricco e Domenico Palmiotti

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(ANSA)


3' di lettura

La “nuova” Ilva frutto dell’accordo tra Governo e ArcelorMittal nasce paritaria, col 50 per cento a testa, ma a giugno 2022 i rapporti cambieranno con lo Stato che attraverso Invitalia diverrà maggioranza. I rispettivi “pesi” saranno determinati dal valore degli impianti e dallo stato del passivo che in quel momento avrà la società.

Per quanto prematuro, un’ipotesi potrebbe essere 60-40. Governance paritaria, con 3 rappresentanti a testa nel cda, con ArcelorMittal che dovrebbe esprimere l’ad (e starebbe spingendo per riconfermare nel ruolo Lucia Morselli) e lo Stato il presidente. Sarebbe lo schema di fondo su cui si starebbe lavorando per chiudere l’intesa che entro fine mese sancirà l’ingresso di Invitalia, e quindi del pubblico, nel capitale dell'azienda.

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L’impianto generale a regime prevede invece 8 milioni di tonnellate, decarbonizzazione con preridotto e forni elettrici, mantenimento dei 10.700 occupati, piano articolato su 5 anni sino al 2025. Quest’ultimo sarà dettagliato e affinato dopo che la nuova società sarà stata costituita. Intanto, a Taranto l’acciaieria 1, che era stata fermata a metà marzo, lasciando in attività solo la 2, scalda i motori per la ripartenza che dovrebbe avvenire a fine gennaio. Lo ha comunicato l’azienda ai sindacati precisando che da adesso a dicembre tornerà al lavoro un primo nucleo di 15 addetti per le attività preliminari tra ispezioni e manutenzioni.

Inoltre, è in pista l’avvio, probabilmente già dai prossimi giorni, di una direzione commerciale autonoma di ArcelorMittal Italia che avrà base Taranto. Morselli lo ha comunicato in una call con i sindacati precisando che è stata anche avviata la ricerca di personale. È il passo successivo, questo, della separazione dei destini commerciali di ArcelorMittal Italia dalla corporate. Ma per i sindacati, che ieri hanno indetto 2 ore di sciopero nel gruppo, l’ingresso dello Stato nell’azienda è sì importante ma non basta perché non c’è ancora chiarezza su temi rilevanti quali l'assetto produttivo, il risanamento ambientale e la tutela effettiva dei 10.700 posti di lavoro diretti di cui 8.200 a Taranto.

«Sappiamo che lo Stato entra col 50 per cento in ArcelorMittal ma non vorrei che si pensasse che abbiamo fatto un anno di trattativa per avere zero esuberi e adesso con l’azienda dove c’è il pubblico discutiamo degli esuberi», afferma Francesca Re David della Fiom Cgil. «La partita non si chiude il 30 novembre ma si apre il 30 novembre. Vogliamo discutere con tutti, con un tavolo unitario, a partire da questa data», sottolinea Roberto Benaglia della Fim Cisl. «Per noi - aggiunge Benaglia - l’accordo sindacale serve a garantire che nella ripartenza non ci saranno esuberi. Non è una velleità sindacale ma un obiettivo possibile se lo Stato investe per ripartire e rilanciare. Non possiamo dire ai lavoratori piena occupazione ma nel 2025. Questa - rimarca - sarebbe una lunga quaresima». «Non ci sentiamo vincolati a quello che ArcelorMittal è Governo definiranno il 30 novembre. Noi vogliamo discutere di piano ambientale e di piano industriale. Non accetteremo quello che hanno detto e non se venissero dichiarando esuberi perché li respingeremo» aggiunge Rocco Palombella della Uilm.

Critiche forti verso il Governo perché non ha mai aperto un vero confronto, ma anche nei confronti di ArcelorMittal che ha condotto «relazioni industriali fallimentari e negative». Non si sbilanciano i sindacati sulla permanenza o meno dell’ad Morselli («non tocca a noi scegliere l’ad» chiosa Re David) ma esprimono l’auspicio che l'ingresso dello Stato segni una chiara inversione di tendenza. «Governance reale, investimenti, strumenti in grado di far vivere l’azienda», chiede Palombella e sulla condizione della fabbrica, Benaglia osserva: «Quest’anno si produrranno 3,3 milioni di tonnellate. Meno della metà che si produceva all’inizio di questa fase col privato. Rilanciare significa quindi fare un grande sforzo». Infine, l’accordo che si prefigura è contestato dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci: «Governo e impresa stanno riprogrammando gli investimenti senza ascoltare la comunità».

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