Taranto, la crisi dell’Ilva

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Ex Ilva, storie di resistenza dal Rione Tamburi

Tamburi è la metafora di Taranto e Taranto è la metafora dell'Italia. Tutto estremo. Tutto rarefatto. Tutto incandescente

dal nostro inviato Paolo Bricco


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11' di lettura

TARANTO - Rione Tamburi non è vicino. Dal quartiere borghese in stile umbertino di Taranto, passi il Ponte Girevole e costeggi il lungomare: sullo sfondo hai le ciminiere dell'Ilva, a sinistra la Città Vecchia, l'antico profilo arabo-mediterraneo usurato ma non cancellato dal tempo. Una casa su due è vuota, in un senso di abbandono contrastato dalla testarda presenza e dalle voci rumorose, dalle gioie e dai dolori di chi qui vive da secoli, prima riponendo la sera nel cortili la rete da pescatore e poi tirando fuori dall'armadio la mattina la tuta blu da operaio dell'acciaieria. Superi il Ponte di Pietra e attraversi il quartiere Isola Porta Napoli. In quaranta minuti a piedi sei al Rione Tamburi. Non è vicino. È facile arrivarci. È difficile andarsene.

Sulla destra vedi subito una serie di palazzi costruiti negli anni Settanta, l'ordinario sviluppo urbano da Italia anni Sessanta e Settanta. Soltanto che, qui, di ordinario non c'è molto. Sulla sinistra hai una serie di grandi magazzini manifatturieri vuoti da cui esce a tutto volume una musica malinconica. Questa scena rappresenta bene l'unicità di Taranto: hai nelle narici il sale del mare e negli occhi luoghi abbandonati da periferia industriale, potresti essere a Detroit, a Torino o a Stoccarda.

TARANTO, Quartiere Tamburi (credit: Rocco De Benedictis)

Il Rione Tamburi come metafora dell’Italia
Cammini lungo via Orsini: negozi di elettronica, alimentari con la frutta e la verdura esposte fuori, sale scommesse, punti per il lotto e il superenalotto, una mamma lascia la macchina con il motore acceso all'incrocio, i bambini litigano sul sedile posteriore, lei entra di corsa nella ricevitoria per tentare la fortuna. È l'arteria principale del Rione Tamburi. Finisce nella Piazza Gesù Divin Lavoratore. Il cuore del quartiere. Che, a sua volta, è il cuore del problema. Il Rione Tamburi come metafora: di Taranto e, in fondo, dell'Italia.

Taranto, volti e luoghi del Quartiere Tamburi

Taranto, volti e luoghi del Quartiere Tamburi

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L'appartamento di Milena Cinta e di Donato Vaccaro è accogliente. La palazzina popolare di via Tasso è pulita. Nell'androne, soltanto un mozzicone di sigaretta macchia l'ordine dignitoso. Milena è nata ai Tamburi nel 1965. Sua mamma Ida era casalinga e suo padre Francesco era operaio all'Arsenale, l'altro nocciolo duro di una città che nel secolo scorso ha sviluppato la specializzazione industriale unendo la siderurgia alle navi. Donato è nato nel 1961 al Rione Italia, il quartiere piccolo borghese vicino alla Concattedrale di Gio Ponti. «Io mi sono fidanzata con lui perché mi portasse via da questo quartiere, e invece….», dice con amorevole ironia Milena. Milena dopo gli studi in ragioneria ha fatto diversi lavori fra il 1983 e il 1992, senza però beneficiare di un giorno di contributi pagati: «Qui o non lavori, o lavori in nero».

Ho lavorato a contatto con sostanze come il silicio e l'amianto. Non sapevamo che fossero nocive

TARANTO, Quartiere Tamburi. La copertura dei parchi minerari dell’Ilva (Credit: Rocco De Benedictis)

La storia di Donato Vaccaro
Donato è un ex operaio dell'Ilva, che ha dato le dimissioni nel dicembre del 2018: cinque anni di cassa integrazione e due anni di mobilità per andare in pensione, se non cambieranno le regole, nel 2025. Dopo il diploma di perito tecnico industriale delle telecomunicazioni, ha lavorato anche lui per otto anni in nero: «Il primo contratto è stato in una ditta che faceva manutenzione alla Italsider. Sognavo di essere tecnico o impiegato alla Sip. Ho fatto il muratore nei forni: ho partecipato alla ristrutturazione, una quindicina di anni fa, dell'altoforno 5. Ho lavorato a contatto con sostanze come il silicio e l'amianto. Non sapevamo che fossero nocive. Allora le persone comuni non lo sapevano. Gli arresti dei Riva e il sequestro della fabbrica del 2012 hanno reso pubblico il problema ambientale. Prima qualcuno lo sapeva, ma nessuno lo ha detto».

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L’arrivo dell’Italsider a Tamburi
Dal loro balcone vedi l'acciaieria. Il condominio è stato costruito nel 1955, prima che sorgesse l'Italsider. Nella Taranto presiderurgica, il quartiere esisteva già e qui gli abitanti del centro venivano durante l'estate a prendere il fresco, all'ombra degli alberi nella foresta di ulivi che ricopriva questa collina. Con la nascita dell'Italsider nel 1960, si è attivato un meccanismo di crescita di Tamburi che è diventato ancora più intenso con il raddoppio dell'impianto nel 1975, quando è stato reso ancora più poderoso il ciclo integrale. Il paradosso è, dunque, che Tamburi oltre mezzo secolo fa era residenziale. «Tanto che – nota Donato – noi paghiamo imposte alte sulla casa. Abbiamo chiesto al Comune di abbassarle. Ci hanno detto che loro non c'entrano. Dipende dall'Agenzia delle Entrate. Sarà, ma intanto noi adesso ci troviamo un immobile oneroso, che peraltro con i suoi 60 metri quadrati avrebbe un valore di 20mila euro, se qualcuno lo comprasse. Ma nessuno lo farà».

TARANTO, Quartiere Tamburi. Il campo di calcio abbandonato (Credit: Rocco De Benedictis)

La storia di Francesco
Milena e Donato hanno una storia particolare, in un microcosmo particolare come Tamburi. Il loro primo figlio si chiama Giuseppe, ha 25 anni ed è emigrato a Reggio Emilia, dove vive e lavora. Il loro secondo figlio si chiamava Francesco. «Nel 2004, a sei anni – dice Donato – Francesco sviluppò una malattia: l'anemia emolitica autoimmune variabile». Francesco si muoveva con i bomboloni di ossigeno e prendeva 30 pastiglie al giorno.

La malattia dal sangue si è trasmessa al resto del corpo. L'osteoporosi gli ha fatto spolverare le ossa

Nelle foto che Milena mi mostra si vede un bimbo adulto, con i lineamenti tondi e lo sguardo dolcissimo. «Per 14 anni ha assunto cortisone – dice Milena – e questo gli ha bloccato la pubertà». Francesco, se ha un senso non stereotipato questa parola, era un leader. Mite e tenero. Ma era un capo. A Tamburi e a Taranto era ovunque. Aveva passione civile e politica. Aveva una malattia in un quartiere esposto all'inquinamento dell'industria di base novecentesca. E, quando non poteva muoversi per le sue condizioni, usava i social media costruendo intorno a sé una vera e propria comunità – virtuale e concreta – che aveva come punto di coagulazione emotiva e ideale, in un quartiere in cui le parole pesano come acciaio, la frase «Arrendersi? Mai!».

Francesco si è spento lo scorso 29 maggio. «La malattia dal sangue si è trasmessa al resto del corpo. Alla fine l'osteoporosi gli ha fatto spolverare le ossa», dice Milena con un linguaggio degno della poetessa russa Anna Achmatova. Milena è una donna sensibile e colta, provata dalla vita e per questo vicina alla verità perché dentro al dolore delle cose. La stanza del figlio è ancora intatta. I libri fotografici che ha scritto, lui che due anni fa si era diplomato in produzione industriale audiovisiva. Le maglie del Milan, di cui Francesco era tifoso. «Il 31 maggio, al funerale nella chiesa Gesù Divin Lavoratore – ricorda la madre - rimasi colpita da quante mamme incinte venivano ad abbracciarmi. A tutte dicevo: pregherò per te».

DONATO VACCARO e MILENA CINTO i genitori di FRANCESCO VACCARO, morto il 29 maggio 2019 a 20 anni dopo aver lottato per 14 dei suoi 20 anni contro una malattia incurabile, l'anemia emolica (Credit: Rocco De Benedictis)

Bonificare, non chiudere
Il fiato non manca a Tamburi soltanto per l'afa e per il sentore metallico che proviene dall'Ilva. Il fiato manca di fronte alle storie di queste persone. E, anche, alla compostezza di Donato e Milena. «La rabbia e il dolore li abbiamo dentro, ma la mitezza e la civiltà sono fondamentali. Non dobbiamo abbandonarci. L'acciaieria? La salute viene prima di tutto. E qui noi lo sappiamo bene. Bisogna fare le bonifiche. Arcelor Mittal ha fatto la copertura dei parchi minerali. Dal nostro balcone si vedono bene. Ma bisogna realizzare le bonifiche con un impegno e una intensità pari all'emergenza sanitaria. Chiudere l'impianto significherebbe avere Bagnoli 2 la vendetta: il disastro di Bagnoli, moltiplicato per dieci», afferma Milena. Scendi in strada insieme a loro. E noti il montascale. «Lo abbiamo installato a gennaio – spiega Donato – e, dopo due mesi, Francesco ha avuto il peggioramento definitivo».

La raccolta fondi per i bambini malati
In macchina raggiungiamo Piazza Gesù Divin Lavoratore. Qui Ignazio D'Andria, 57 anni, è titolare insieme al fratello Enzo, 54, del Minibar. Ignazio è robusto e rumoroso, fintamente burbero e simpatico. Dodici anni fa ha inventato, un po' per gioco, la maglietta «Ie jesche pacce per te!!!», cioè «Io esco pazzo per te!!!». Nadia Toffa, della trasmissione Le Iene di Italia 1, l'ha indossata in diretta televisiva. Da lì a Ignazio e a Enzo, insieme al terzo fratello Marcello (54 anni, ex batterista di Franco Califano, Rocky Roberts e Ivana Spagna, affetto da sclerosi multipla), è venuta l'idea di fare una raccolta fondi a favore dei bimbi di Taranto che stanno male. «Abbiamo venduto 70mila magliette raccogliendo più di mezzo milione di euro – dice mentre fa il caffè al bancone del bar – una buona parte dei soldi è servita per aprire un reparto specifico all'ospedale Santissima Annunziata di Taranto».

Ignazio D’Andria, il titolare dello storico bar (MINIBAR) situato in piazza Gesù Divin Lavoratore. La vendita della maglietta “IE JESCHE PACCE PE TE!!” in pochi mesi conquistò il cuore di molti italiani grazie all’inviata de “Le Iene”, Nadia Toffa (Credit: Rocco De Benedictis)

Si tratta della oncoematologia pediatrica: tre posti per il ricovero, due posti ambulatoriali, tre medici e quattro infermieri. Prima le famiglie dovevano spostarsi a Bari o fuori regione. Dal 2 dicembre 2017, giorno dell'apertura, sono stati curati 43 bambini: sottoposti a monitoraggi continuativi, o a chemioterapie in day hospital, o a ricoveri. Il direttore di pediatria e oncoematologia pediatrica è Valerio Cecinati: «In questo momento i nostri tre pazienti ricoverati hanno fra i 16 mesi e i cinque anni di età. Soffrono di leucemia linfoblastica acuta, di tumore al cervello e di talassemia», dice Cecinati.

Per il caldo pazzesco che c'è là dentro, se bevo il mio organismo si mette a buttare fuori acqua

Pietro, manutentore degli altiforni
Intanto, al Minibar è arrivato Pietro Migliorato. Pietro ha 50 anni. Da 25 lavora all'Ilva. Ha un diploma da ragioniere. Sua moglie si chiama Elena. Le due figlie sono Martina, 8 anni, e Valentina, di 16. «Scusami se sono tutto sudato. Faccio la manutenzione elettrica degli altiforni. Ho appena finito nove ore di lavoro. Sono andato a casa, ho fatto la doccia e ho bevuto: per il caldo pazzesco che c'è là dentro, se bevo il mio organismo si mette a buttare fuori acqua», spiega Pietro. Qui a Tamburi, il tema del corpo è nel pensiero di tutti, anche quando è solo un problema di acqua, di calore e di sudore.

TARANTO, Quartiere Tamburi. PIETRO MIGLIORATO, operaio ILVA (Credit: Rocco De Benedictis)

«L’Ilva va aggiustata»
Pietro vive il dissidio di molti: «Mi sento assuefatto. Mi sono abituato, non sono rassegnato. A differenza di altri, non sono scappato. Questa acciaieria dà lavoro, ma va bonificata davvero. Mettendo a posto tutto. Quello che si vede e quello che non si vede. In cinquant'anni, chissà che cosa è successo in quella terra, là sotto. L'Ilva va aggiustata». Usa proprio questo termine: aggiustata. Come se fosse un bambino. Perché l'Ilva, per questa gente, è ovunque: nei sogni e negli incubi, nelle paure e nei desideri, nei bisogni e nelle necessità. Di tre cose è sicuro Pietro: «La prima cosa è la salute. La seconda è il lavoro. La terza è l'orgoglio. Che, dopo sette anni di incertezze, non c'è più. Siamo stanchi. Siamo stanchi. Tanti anni fa, avevamo un orgoglio tecnico vero: facevamo il miglior acciaio d'Europa, battevamo i record di produzione. Poi, qualcosa si è rotto dentro di noi».

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Quando esco dal Minibar, il titolare Ignazio con un tono simpaticamente stentoreo mi dice: «Non dimenticateci. Quando tornate nelle vostre case, ricordatevi di noi». Sì, perché i proprietari passano, i manager passano, i governi passano, i magistrati passano, i sindacalisti passano, i sindaci passano, i giornalisti passano, ma la gente dei Tamburi resta. La più vicina al cuore di un problema enorme, che sembra non riuscire mai ad essere “aggiustato”. Qui ci si avvicina al significato più brutalmente naturale di parole come odio e amore, speranza e disillusione. Le parole e le cose sono, qui, toccate e determinate dall'aria. Su Piazza Gesù Divin Lavoratore le macchine parcheggiate, le più vecchie, hanno nelle componenti di plastica fra carrozzeria e parabrezza un segno marrone che è l'equivalente del marrone sui panni stesi all'aria dai balconi delle case.

Annamaria, maestra a Tamburi
In macchina raggiungi Via Archimede, dove in un condominio senza numero civico abita Annamaria Sanarica. Annamaria è una maestra in pensione. Vive a Tamburi dal 1974, anno del matrimonio con Enrico, operaio Italsider. «Nella prima fase, l'acciaieria assunse pescatori e contadini. Con il raddoppio dello stabilimento, persone con la terza media e il diploma. Io ho insegnato ai loro figli», racconta. Annamaria ha davvero qualcosa dell'Italia risorgimentale e deamicisiana che ancora, nonostante tutto, resta uno dei pezzi migliori della nostra identità. Gentilezza, educazione, pensieri semplici, i capelli perfettamente ravviati, la caffettiera e la zuccheriera sempre pronte per gli ospiti. «In questo quartiere abbiamo avuto, con il massimo della popolazione, quattro istituti elementari e due medie. Allora non si aveva la percezione del pericolo per la salute. In tanti venivano ad abitare a Tamburi perché era vicino alla fabbrica. Ricordo pochi casi di bimbi malati», spiega Annamaria.

ANNAMARIA SANARICA, maestra elementare in pensione (Credit: Rocco De Benedictis)

Alla segnalazione dell'Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente che il vento soffiava dall'area industriale verso la città determinando un sollevamento di polveri, le scuole materne, elementari e medie di Tamburi venivano chiuse dal Comune. Ora, invece, il Comune limita solo il numero di ore di lezioni. Le scuole Deledda e De Carolis sono state chiuse lo scorso 2 marzo e non si sa se riapriranno a settembre: tre collinette, edificate dall'Italsider quarant'anni fa per creare una barriera ecologica fra la fabbrica e la città, sono state sequestrate dai magistrati perché inquinate dalla diossina.

Tutte le malattie legate all'inquinamento covano negli organismi per anni, per decenni

Non è solo l’Ilva
Annamaria, sul problema dell'inquinamento, ha una idea precisa: «C'è l'acciaieria. E lo sappiamo bene. Ma, noi, qui a Taranto non abbiamo soltanto l'Ilva. Qui vicino ci sono l'Eni e la Cementir. Qui intorno si trovano molti grandi insediamenti industriali. Il problema non è solo oggi. Il problema è il passato. Io non sono né un medico né uno scienziato. Ma un fatto mi è chiaro: tutte le malattie legate all'inquinamento covano negli organismi per anni, per decenni, si trasmettono in eredità ai figli e ai nipoti. Questo è quello che spaventa. Ed è forse anche questa la ragione per cui io, tanti anni fa, non avevo in classe tutti i bimbi malati che, invece, possono avere le mie colleghe di oggi».

Il Teatro Tatà
Bisogna curare i corpi e l'aria, la terra e l'acqua. L'impatto ambientale di una delle industrie novecentesche più pesanti - la siderurgia - va affrontato con una profondità e una intensità almeno pari alla profondità e all'intensità di un problema che si esprimerà, per le sue caratteristiche strutturali e congenite, anche in futuro. Ma, qui a Tamburi, bisogna curare pure l'anima e il cuore, la fantasia e il desiderio. Giovanni Guarino, sessantasei anni, fa questo con i suoi compagni della cooperativa Crest (Collettivo di ricerche espressive e sperimentazione teatrale). Dal 1977 operano a Taranto. «Da dieci anni siamo qui. Abbiamo aperto il teatro Tatà, che sta per Taranto Auditorium Tamburi, ma che è anche il suono della tata, di chi si prende cura di te. Siamo in via Deledda snc, cioè senza numero civico, una volta arrivava l'autobus a cento metri da noi, adesso non più», dice Giovanni.

TARANTO, Quartiere Tamburi. Vista dal centro cittadino (Credit: Rocco De Benedictis)

Giovanni è nato a Città Vecchia. Per 33 anni è stato all'Ilva, prima operaio e poi impiegato nella formazione. «In dieci anni, abbiamo portato qui 200mila spettatori. Moltissimi di Taranto. Molti non erano mai venuti ai Tamburi». Sì, perché spesso non guardi quello che sai che esiste ma che non vuoi conoscere. Giovanni è due volte sulla frontiera. È sulla frontiera del quartiere più problematico di una città problematica di un Paese problematico, che sembra non riuscire mai a risolvere questioni complesse e articolate. Quasi che, alla fine, preferisca arrendersi, lasciandole trasformare in sbuffi di fumo, qualche volta bianchi e invisibili, qualche volta neri e visibili, che salgono verso il cielo per poi diventare qualche cosa d'altro, in un meccanismo involutivo che sembra un fine pena mai.

Ma Giovanni è anche sull'altra frontiera: la frontiera della bellezza. «Il teatro è cultura, amore di sé, conoscenza dell'altro - dice con un entusiasmo che ti commuove - e questo vale per i bimbi e gli adolescenti di Tamburi come per tutti i loro coetanei italiani. Il teatro dà una visione diversa della vita. Ogni quartiere ha fragilità diverse. Ma i bimbi sono bimbi, i ragazzi sono ragazzi. La nostra ultima produzione è stata la trasposizione della fiaba Il Brutto Anatroccolo di Hans Christian Andersen. Sai che cosa mi hanno raccontato? Mi hanno raccontato che, l'altro giorno, a un bimbo l'ultimo giorno di scuola hanno chiesto: “Qual è la cosa più bella che hai fatto quest'anno? E lui ha risposto: “il teatro”».

Tamburi è la metafora di Taranto e Taranto è la metafora dell'Italia. Tutto estremo. Tutto rarefatto. Tutto incandescente. Tutto gelido. Tutto lentissimo. Tutto a mille all'ora. Tutto parossistico. Tutto immobile. Nel passato, nel presente e nel futuro. Nel pensiero, nel progetto e nella paura. Sentire Giovanni Guarino che parla del Brutto Anatroccolo di Hans Christian Andersen («Hanno assistito all'ultimo spettacolo bimbi fra i sette e i dieci anni, c'era un pathos bellissimo») e Milena Cinta che racconta di suo figlio Francesco («È una storia ricca, la nostra, perché l'abbiamo passata tutta sulla nostra pelle») ti fa venire in mente la poesia di Emily Dickinson: «Non sapendo quando l'alba possa venire lascio aperta ogni porta, che abbia ali come uccello oppure onde come spiaggia».

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