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Ex Ilva, trattativa finale: a Taranto torna lo Stato

Il negoziato in corso. Più vicino il matrimonio pubblico-privato: lo Stato pronto ad assumere tramite Invitalia una partecipazione rilevante

di Domenico Palmiotti

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Il negoziato in corso. Più vicino il matrimonio pubblico-privato: lo Stato pronto ad assumere tramite Invitalia una partecipazione rilevante


3' di lettura

Un anno fa eravamo nel pieno dello scontro tra ArcelorMittal e Governo. La multinazionale (era stato da poco soppresso lo scudo penale) aveva dichiarato di volersene andare rescindendo il contratto per l’ex Ilva e l’esecutivo non sapeva quale direzione prendere. Oggi, invece, dovremmo essere vicini al matrimonio pubblico-privato, con lo Stato che entra con Invitalia in ArcelorMittal e assume una partecipazione maggioritaria per rilanciare l’azienda verso l’acciaio green.

Dodici mesi fa si brancolava nel buio e prendeva piede la battaglia legale, con due Procure, Milano e Taranto, che accendevano un faro sulla gestione ArcelorMittal temendo la distruzione di impianti strategici per l’economia nazionale. Adesso, invece, ArcelorMittal e Governo dialogano e la parte pubblica asserisce che si può mettere nero su bianco già a fine mese, rispettando la dead line fissata dall’accordo di marzo scorso in Tribunale a Milano.

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Già, perché nell’arco di quest’anno c’è un negoziato lunghissimo. Prima per arrivare al ritiro del recesso da parte della multinazionale - e a questo è servita l’intesa di marzo a Milano - e poi per spianare la strada al riassetto con Invitalia dentro. Manifesta cauta fiducia il ministro Stefano Patuanelli, vede vicino l’ultimo miglio l’azienda, ma i sindacati non sono così ottimisti e parlano di impegni ancora incerti e generici.

Si è trattato malgrado il Covid

ArcelorMittal e Invitalia non hanno mai fermato la discussione. Certo, a fine novembre si doveva definire tutto ma probabilmente sarà così solo per la parte societaria. Difficile invece ipotizzare se nei 15 giorni che restano, si troverà l’intesa anche con le sigle metalmeccaniche che, per l’accordo di marzo, doveva essere trovata ben prima. Ma la pandemia ha sconvolto in parte il ruolino di marcia.

Il progetto industriale

La prospettiva dello Stato in ArcelorMittal si è delineata a giugno, quando la multinazionale ha presentato un piano che prevedeva più di 3mila esuberi e un sostanziale disallineamento rispetto a quanto concordato tre mesi prima. Questa fu l’opinione del Governo, che respinse il piano della società. La trattativa che ne è seguita ha quindi riportato il piano nel percorso originario, e cioè produzione a regime, nel 2025, a 8 milioni di tonnellate, occupazione garantita, svolta green, riduzione dell’inquinamento. Cinque anni per far rinascere l’ex Ilva, dunque, cinque anni ancora per vedere la fine di questa odissea cominciata a metà 2012 col sequestro degli impianti con la Magistratura che ha contestato il reato di disastro ambientale.

Il nodo dell’area a caldo

Non è ancora ben chiaro il modello produttivo. Si parla di rimessa in marcia, dopo la ristrutturazione, dell’altoforno 5, il più grande d’Europa, spento dal 2015, ma va precisato il mix tra forno elettrico, preridotto e altoforno. Messa da parte la riconversione ad idrogeno, perché non è ancora un percorso industriale certo, si tratta di vedere se si riaffaccerà l’idea di chiudere l’area a caldo a Taranto, il cuore della fabbrica. Patuanelli si era lanciato in tal senso, facendo un paragone con Trieste, dove è stata chiusa di recente, ma le dimensioni tra Taranto e Trieste non sono comparabili.

Dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, arriva l’altolà ad Invitalia: «Non formalizzate alcuna intesa senza la città o faremo in modo che questa non si concretizzi mai». Il sindaco parla di “piano scellerato”. Ma senza area a caldo sarebbe difficile prevedere il mantenimento dei dipendenti. Che oggi, in organico, sono 10.700 di gruppo di cui 8.200 a Taranto, anche se 3.300 stanno in cassa integrazione Covid (e ora partono altre sei settimane di cig). Pure nei prossimi mesi la forza lavoro dovrebbe restare dimezzata. Non solo perché il mercato dell’acciaio non si è ripreso ma soprattutto perché la trasformazione dell’ex Ilva determinerà una transizione anche per la manodopera con ammortizzatori sociali temporanei. A Taranto, però, prevale l’idea che alla fine ci saranno molti meno occupati tra esodo incentivato, pensioni e magari travasi nelle nuove aziende che attraverso il Contratto di sviluppo si sta cercando di portare.

Il bilancio del 2020

Intanto nel 2020 la produzione segna una débâcle, con 3,2 milioni di tonnellate, un altoforno e un’acciaieria fermi da marzo. Ridotte le perdite: dagli 865 milioni del 2019, nel 2020 potrebbero collocarsi, secondo stime, tra i 300 e i 400. Ma non va dimenticato che quelli trascorsi sono stati anche i mesi in cui l’azienda ha tagliato molti costi, tenuto al lavoro metà del personale e fermato il pagamento del fitto e dell’indotto, due aspetti quest’ultimi solo da poco normalizzati.

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