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Ex Ilva: trattativa in salita tra governo e Mittal. Commissari pronti a impugnare il recesso - Lunedì nuovo incontro con Conte

Resta alta la tensione sulle sorti dello stabilimento pugliese. E monta anche la preoccupazione tra i fornitori dell’ex Ilva che preparano la messa in mora della multinazionale dell’acciaio per le fatture scadute e non pagate, relative a prestazioni di lavoro nella fabbrica

di Domenico Palmiotti


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3' di lettura

Il premier Conte rivedrà lunedì 11 novembre i Mittal, a capo dell'omonima multinazionale dell'acciaio, a cui fa capo anche l’ex Ilva, per cercare di evitare il loro disimpegno, peraltro già comunicato con una serie di atti: lettera di recesso dal contratto ai commissari dell'amministrazione straordinaria, atto di citazione al Tribunale di Milano verso gli stessi commissari, avvio della procedura di riconsegna del personale che ArcelorMittal aveva assunto un anno fa, all’amministrazione straordinaria.

Trattativa in salita tra governo e Mittal
Conte ha annunciato il nuovo incontro, peraltro chiesto da lui stesso a Mittal, negli incontri avuti ieri sera nella Prefettura di Taranto dopo essere stato in fabbrica e aver visto anche l'altoforno 2, oggetto di contenzioso tra ArcelorMittal e commissari. Conte è ripartito dall’aeroporto di Grottaglie alle 2.30 della notte di venerdì 8 novembre dopo essere stato in nottata anche nel rione Tamburi, il quartiere vicinissimo alla fabbrica. Da quanto detto ieri sera in Prefettura, Conte a Mittal proporrà uno schema negoziale ma lo stesso premier è molto scettico sulla possibilità reale di un passo indietro della multinazionale che avrebbe fatto del disimpegno una scelta ormai definitiva.

Intanto, a Taranto monta la preoccupazione per una serie di fatti: ArcelorMittal ha fermato una delle due linee di agglomerazione del siderurgico e le aziende dell'indotto hanno messo in mora ArcelorMittal per le fatture non pagate. Sullo sfondo si agita poi un altro contenzioso: i commissari intendono impugnare il recesso - soprattutto nelle sue conseguenze di fermata degli impianti - con un ricorso cautelare urgente, ex articolo 700 del Codice di procedura civile, da depositarsi al Tribunale di Milano essendo qui la sede legale della società.

Gli effetti dello stop alla linea di agglomerazione
«ArcelorMittal ha fermato nel siderurgico di Taranto una linea delle due di agglomerazione e messo in cassa integrazione una trentina di addetti», annuncia Biagio Prisciano, segretario Fim Cisl Taranto. Per Prisciano, lo stop ad una linea di agglomerazione, dove vengono preparati i materiali i carica per gli altiforni da cui poi esce la ghisa, «avrà progressivamente una serie di impatti a valle, con la fermata degli impianti ad uno ad uno.

Per ora stanno marciando i tre altiforni operativi, l'1, il 2 e il 4, ma sono davvero ad un ritmo ridotto» sostiene Prisciano. Anche secondo fonti industriali, una serie di persone dello staff di ArcelorMittal, fatte venire a Taranto dalla multinazionale, stanno progressivamente andando via dalla città pugliese.

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La rete di fornitori pronta al ricorso legale
Le imprese fornitrici di ArcelorMittal mettono in mora la multinazionale dell'acciaio per le fatture scadute e non pagate, relative a prestazioni di lavoro nella fabbrica. Lo si è deciso in una affollata riunione delle imprese stamattina in Confindustria Taranto, guidata dal presidente Antonio Marinaro. «Lo scaduto - dichiara Pierfrancesco Lupo, avvocato di Confindustria Taranto, precisando di parlare come tecnico - vale circa 20 milioni di euro. Ma tra scaduto e in scadenza si arriva probabilmente anche a 60 milioni. Lo scaduto accertato è di 12 milioni ma ci sono anche molti imprenditori che non hanno ancora risposto».

La messa in mora, sostiene ancora Lupo, «ed eventuali azioni giudiziarie consequenziali, è sullo scaduto. Col preavviso che devono pagare alle varie scadenze. Poi si valuterà se è opportuno o meno fare azioni giudiziarie per salvaguardare quello che riguarda lo scadere». «C'è un problema gravissimo - evidenzia la parte legale di Confindustria Taranto -, e cioè che tutti questi imprenditori hanno subìto un danno che vale 150 milioni di euro che riguarda il pregresso».

Gli imprenditori, aggiunge, «potrebbero venire soddisfatti solo laddove vi sia un attivo. Noi stiamo parlando del passivo, mentre l'attivo rinviene dalla vendita dello stabilimento che vale un miliardo e 800 milioni. In realtà, se viene meno l'intervento di Mittal, quel miliardo e 800 milioni non esiste più, e questo è l'argomento più drammatico». Da aggiungere infine che sono già diverse le aziende dell'indotto-appalto che hanno chiesto di aprire la procedura di cassa integrazione perché ArcelorMittal, oltre a non pagare, ha anche bloccato ordini e lavori.

Per approfondire:

La lettera di ArcelorMittal ai commissari Ilva: ecco perché ce ne andiamo

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