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Expo 2030, kermesse a Roma se si fa gioco di squadra

Il cammino per l’obiettivo non è facile ma l’Italia ha il vantaggio della recente esperienza di Milano

di Giancarlo Mazzuca

2' di lettura

Alla conferenza-stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha assicurato che si impegnerà in prima persona per sostenere la candidatura di Roma come sede di Expo 2030. La premier è stata chiara: «Da italiana e da romana credo che sia una grande occasione». Non solo: «Abbiamo tutti gli anticorpi necessari per organizzare grandi eventi».  Che la kermesse capitolina possa davvero essere la carta vincente  per rilanciare la nostra economia l’aveva sottolineato, qualche giorno prima,  anche l'ambasciatore Giampiero Massolo, appena designato alla presidenza del comitato promotore della manifestazione.

Expo Roma 2030 potrà essere, in effetti, un’occasione irripetibile per la Città Eterna perché, secondo i dati forniti dallo stesso Massolo, sarà in grado di garantire 50,6 miliardi di euro in dieci anni, con la nascita di undicimila nuove imprese e con la creazione di 300mila posti di lavoro.

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Il dietrofront degli «Exposcettici»

Sono cifre che potrebbero anche sembrare esagerate ma, per avere una conferma della loro esattezza, basta ricordarsi quanto fruttò al made in Italy l'Esposizione di Milano del 2015. Quella rassegna, dopo le incertezze iniziali, diventò un treno straordinario che passa una volta sola per rilanciare l'immagine dell’Italia Spa  nei cinque continenti.  Tra sette anni  quel treno potrà fare il bis - passando, questa volta, dalla Capitale - con tante ulteriori opportunità per la nostra economia.

Eppure ricordo ancora le polemiche infinite prima dell'apertura della maxi-rassegna meneghina, dislocata a Rho-Pero, che molti  consideravano una specie di boomerang. È vero, la manifestazione lombarda (il commissario era Beppe Sala, l’attuale sindaco di Milano) cominciò al rallentatore, tra gli incidenti provocati dai no-global  ed i primi  deludenti dati sull’affluenza dei visitatori, così che  in molti cominciarono a cantare il De Profundis della rassegna.

Ma, con l'arrivo dell'estate, quei bollettini di guerra si trasformarono in altrettanti peana, e non solo per le presenze che, complessivamente, superarono 20 milioni. La consacrazione ufficiale arrivò quando il «New York Times» proclamò Milano città “numero uno” del 2015 a livello mondiale. A quel punto, molti “Exposcettici” finirono per cambiare idea e la guglia della Madonnina salì ancora più in alto.

Scossone positivo per il made in Italy

Anche senza arrivare ai numeri previsti oggi da Massolo per Roma, il made in Italy ebbe già otto anni fa uno scossone molto positivo. A maggior ragione, l’Esposizione in programma nel 2030 potrebbe essere una bella boccata d’ossigeno dopo le tante crisi (due in particolare: i contraccolpi del Covid e le conseguenze economiche della guerra in Crimea) che hanno continuato a bersagliarci negli ultimi tempi.

Sì, il cammino per arrivare in perfetta forma al 2030 non sarà facile ma, se l’operazione andrà in porto, saremo in grado di decollare con qualche handicap in meno rispetto ai nostri concorrenti perché potremo contare proprio sull’esperienza di Milano. Per questo motivo sarebbe opportuno che gli organizzatori romani, Massolo in primis,  chiedessero consiglio ai loro colleghi lombardi, a cominciare dall’ex-sindaco di Milano, Letizia Moratti, che varò il progetto di quell’Expo, e dall'attuale primo cittadino Sala. Se riusciremo ad aggiudicarci l'Esposizione del 2030, avremo certamente una marcia in più degli altri.

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