verbali retrodatati

Expo Milano, Sala condannato a 6 mesi. «Processato il mio lavoro»

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala è stato condannato a sei mesi, trasformati in una multa di 45mila euro. La condanna si riferisce al periodo in cui Sala era manager dell’Expo: era imputato per falso materiale e ideologico

di Sara Monaci


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3' di lettura

La sentenza di oggi al Tribunale di Milano, che ha visto nel bancone degli imputati il sindaco Giuseppe Sala, è l'ultimo atto dell'Expo 2015, quello che nessuno si sarebbe aspettato dopo 7 anni anni dai fatti contestati. Ma è anche l'ultimo episodio di una battaglia che in procura di Milano partì con il procuratore Alfredo Robledo, che aprì il fascicolo su Expo, e l'allora capo Edmondo Bruti Liberati, che all'epoca decise di archiviare le indagini.

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Poi l'inchiesta è stata invece riaperta dalla procura generale, che decise di riesaminare il caso perché “sottovalutato” dagli inquirenti.
Il sindaco Sala è stato condannato a 6 mesi di reclusione (la procura generale aveva chiesto 13 mesi), con l'accusa di falso ideologico e materiale, relativamente alla vicenda della retrodatazione di un documento risalente a maggio 2012, riguardante la gara d’appalto della piastra, la più importante dell’evento universale.

All'epoca Sala era amministratore delegato della società Expo (e non ancora commissario unico). Secondo la ricostruzione il 31 maggio 2012 vennero sostituiti due membri di commissione, in quanto incompatibili con l'incarico, e così i documenti definitivi vennero aggiornati lasciando la data iniziale, di un paio di settimane prima.

A rigore, contesta l'accusa, si sarebbe dovuta rifare la gara. Ma già l'evento rischiava ritardi, pertanto si decise di proseguire così, come se nulla fosse. Un fatto ritenuto privo di dolo dalla procura della Repubblica ma giudicato grave dalla Pg.

La difesa di Sala non ha contestato la ricostruzione, ma ha deciso di sostenere la tesi che Sala non ne fosse al corrente, in quanto certe decisioni “tecniche” erano affidate a manager come il direttore generale (all'epoca Angelo Paris, già condannato per corruzione nel primo processo su Expo). Una linea difensiva che non ha prodotto i risultati sperati.

Questa sentenza non produrrà effetti sulla capacità di essere sindaco, ha sottolineato il primo cittadino. Rimane che per la Pg c'è la prova incontrovertibile della consapevolezza di Sala. “I sentimenti che ho sono negativi, è stato processato il mio lavoro, quel tanto che ho fatto”, è il commento di Sala.

Le altre accuse ai danni di Sala, turbativa d'asta e abuso d'ufficio, sono invece decadute da mesi. La Pg aveva contestato anche la mancata apertura di una gara ad hoc per il verde dell'evento, da 4 milioni di euro, per la fornitura di 6mila alberi.

Nel gennaio 2019 la corte d'Appello di Milano ha cancellato quest'ultimo reato perché “Sala ha agito in buona fede, confidando nella legittimità del proprio operato.” Il fatto non sussisteva dunque. La turbativa d'asta invece è stata archiviata.

Secondo l’accusa invece la scelta dell'affidamento diretto alla Mantovani creò un ingiusto vantaggio patrimoniale all’azienda, che spese solo 1,7 milioni rispetto ad un valore incassato di oltre 4 milioni .

Intanto a luglio 2018 anche la Procura della Corte dei conti decise di non procedere nei confronti del sindaco per la fornitura degli alberi, chiedendo invece che a risarcire il danno erariale fossero Paris e Antonio Rognoni, dg di Infrastrutture lombarde (società della Regione Lombardia che si occupava della direzione dei lavori della piastra).

Oggi è andato in scena anche l’ultimo scontro acceso tra il procuratore Massimo Gaballo, che ha accusato la difesa del primo cittadino di aver infangato gli inquirenti, e il legale Salvatore Scuto, che ha detto di aver visto “cadute di stile” da parte dell’ accusa.

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