dopo un ottimo 2019

Export agroalimentare e coronavirus: gli ordini ci sono, ora vanno limitati i danni

L’export del food&wine 2019 a quota 44,6 miliardi, in crescita secondol’Istat del 5,3% . Però per mantenere questi livelli servirà il sostegno Ue

di Giorgio dell'Orefice

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L’export della pasta nel 2019 ha ottenuto ottimi risultati

L’export del food&wine 2019 a quota 44,6 miliardi, in crescita secondol’Istat del 5,3% . Però per mantenere questi livelli servirà il sostegno Ue


3' di lettura

Le cose andavano tutt’altro che male prima che sull’Italia e sul suo settore agroalimentare si abbattesse la bufera del Covid-19. I dati sull’export del food&wine italiano relativi a tutto il 2019 e diffusi dall’Istat nei giorni scorsi hanno infatti tratteggiato uno scenario positivo con un nuovo record del fatturato all’estero che per il settore è giunto a quota 44,57 miliardi di euro con una crescita del 5,3% rispetto al 2018. Un risultato che è il frutto del +6,6% messo a segno dalle bevande e dai prodotti dell’industria alimentare e dal -1,6% invece registrato dall’export di prodotti dell’agricoltura.

Le buone performance del 2019
Molto bene (con l’unica eccezione dell’olio d’oliva le cui spedizioni sono calate del’8,2%) tutti i prodotti della dieta mediterranea a cominciare dal principale driver dell’export italiano, il vino, che nonostante le minacce sui mercati internazionali dalla Brexit ai dazi Usa (finora scongiurati almeno per le bottiglie italiane) ha aggiornato ancora il proprio record di vendite all’estero raggiungendo i 6,43 miliardi con un nuovo progresso del 3,2%.

Ma la performance migliore è stata quella messa a segno dal settore lattiero caseario che – e in questo caso c’è anche la zavorra dei dazi Usa del 25% sul valore del prodotto – ha superato un fatturato estero di 3 miliardi. Nel dettaglio è stata raggiunto un valore delle vendite all’estero di 3,13 miliardi con una crescita del 11,2%. Molto positivo anche il risultato della pasta (2,6 miliardi, +7,2%) e del settore dei prodotti da forno (panetteria, biscotti e pasticceria) che ha raggiunto un giro d’affari oltrefrontiera di 2,33 miliardi (+11,7%).

Performance positive anche quelle delle conserve di pomodoro (1,66 miliardi, +5,5%) e dei salumi, comparto quest’ultimo che nonostante il boom dei prezzi delle materie prime ha comunque chiuso l’anno con esportazioni per 1,5 miliardi, +1,6%.

Tra i principali estimatori del made in Italy agroalimentare la Germania (con acquisti per 7,2 miliardi, +0,8%), seguita dalla Francia (4,9 miliardi, +4%). Al terzo posto gli Usa (4,6 miliardi, +11,2%) che precedono il Regno Unito (3,4 miliardi +0,7%). Sul fronte degli sbocchi va registrato nel 2019 il grande balzo in avanti del Giappone (diventato quinto mercato con 1,8 miliardi e un balzo del 65% negli acquisti anche grazie al recente accordo di libero scambi con la Ue). In significativo recupero anche la Russia (591 milioni, +5,8%) e la Cina (476 milioni, +8,6%).

Sul fronte del vino, primo settore agroalimentare per fatturato estero (oltre 6,4 miliardi) l’Osservatorio Ismea-Unione italiana vini ha ricordato come il risultato 2019 sia stato ancora migliore per quanto riguarda i volumi esportati che hanno superato i 22 milioni di ettolitri (+10%). Un traguardo dovuto in buona parte alla grande ripresa delle esportazioni dei vini da tavola (esportati 4,9 milioni di ettolitri, +18%). In terreno positivo anche se in leggero rallentamento rispetto all’andamento degli ultimi anni l’export di spumanti (+8%). In decisa ripresa i vini Dop imbottigliati (+9% in valore).

Superare le resistenze e sostener gli ordini
Su questo trend di certo positivo si è abbattuta l’emergenza Coronavirus dalla quale discendono non poche ombre per il 2020. «Lo scenario è molto complesso – spiega il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio –. A preoccupare sono le resistenze alle frontiere che provocano problemi in uscita ma anche in entrata. Ma gli ordini non mancano. Anzi in alcuni settori come quello della pasta alcune aziende hanno triplicato la produzione per far fronte alla domanda della grande distribuzione. Impegni che è possibile fronteggiare grazie agli sforzi messi in campo dai lavoratori e dalla logistica. Una parte dei consumi si stanno spostando da ristoranti e locali alle mura domestiche, e quindi la grande distribuzione ci consentirà di recuperare almeno parte di quanto perso sul canale horeca. In quest’ottica l’unica incertezza riguarda l’import di materie prime che procede a rilento e i pastifici hanno scorte per non più di 15 giorni».

Quello che preoccupa davvero è il crollo del turismo. «I consumi alimentari dei turisti in Italia – aggiunge Vacondio – valgono 12 miliardi di euro l’anno. Un giro d’affari che è fortemente a rischio. Al tempo stesso sono insopportabili le barriere all’export italiano di prodotti italiani che come confermato dall’Efsa sono sicuri. Contro questi casi di concorrenza sleale chiediamo una presa di posizione dell’Europarlamento sul quale mi aspetto l’intervento degli eurodeputati italiani».

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