L’impatto della guerra

Export, banche, energia: perché l’Ue può vivere bene anche senza Mosca

di Ignazio Angeloni e Daniel Gros

(Adobe Stock)

7' di lettura

Quanto durerà questa guerra? Occhi e pensieri sono sulle immagini che arrivano dal Paese aggredito, sui costi umani e materiali che la sua popolazione deve sopportare. Gli esperti di strategie dicono che, salvo accordi tra i contendenti, la conquista dell’Ucraina da parte delle armate russe richiederà qualche mese. Una fase cui farà seguito probabilmente una guerriglia che, in alcune parti del Paese, durerà anni.

Comunque vadano le cose dal punto di vista militare, un fatto è certo: i rapporti fra l’Occidente e la Russia non saranno più quelli che erano fino a qualche settimana fa. Dobbiamo fare i conti con scenari in cui sul fianco est l’Europa confinerà stabilmente con un vicino potentemente armato, ostile e inaffidabile. Dal quale non solo bisognerà difendersi, ma con cui non potranno esserci rapporti economici come quelli del passato. Sulle conseguenze di questo occorre una riflessione a tutto campo, che per l’Europa è tanto più urgente in quanto essa stava, fino a qualche settimana fa, riprogettando gran parte della propria organizzazione economica e finanziaria. Piani, previsioni e aspirazioni devono in parte essere rivisti. Per nostra fortuna, sul piano economico le conseguenze sono limitate dal fatto che Mosca ha un sistema produttivo piccolo, inefficiente e poco integrato con l’economia globale ed europea. La Russia somiglia a una stazione di servizio: vende combustibili a tutti (petrolio e gas), e il resto lo compra.

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Azzardiamo qualche riflessione a largo raggio, del tutto preliminare, concentrandoci per ora su quelli che ci sembrano i tre aspetti più rilevanti per l’Europa nell’immediato: commercio, banche ed energia.

Uno sbocco in meno (ma secondario) per il nostro export

E noto che la Russia non è una grande potenza economica; prima dell’invasione, il suo Pil era all’incirca uguale a quello dell’Italia. Ai tassi di cambio di oggi, è molto inferiore. Meno conosciuto è il fatto che il Paese è un nano anche dal punto di vista tecnologico; produce pochissimi brevetti industriali, molti meno non solo dell’Italia, ma anche di diversi piccoli Paesi europei. La Russia esporta energia e materie prime, ma deve importare tutti i prodotti ad alto contenuto di valore aggiunto e tecnologia che la popolazione richiede e che servono per tenere in vita il suo capitale industriale e apparato militare. Queste importazioni provengono in gran parte dall’Europa.

Il primo impatto sull’economia europea è la perdita di un canale di sbocco per le nostre esportazioni. Questi flussi sono in parte già colpiti dalle sanzioni; in futuro, non è escluso che si riducano ulteriormente o cessino del tutto. Le importazioni sono una quota importante dell’economia russa, ma piccola per l’economia europea (0,6 %). Nell’eurozona, il Paese più esposto all’export russo è la Germania che da sola fornisce un terzo del totale. Ma anche in quel caso, i flussi sono di importanza limitata: 0,7% del Pil tedesco. Fuori dall’eurozona, la Polonia è la più interessata, con un’esposizione all’export russo doppia rispetto alla Germania. Per l’Italia l’impatto sarebbe modesto: le esportazioni verso la Russia rappresentano solo lo 0,4 % del Pil.

Siccome l’export di ciascun Paese europeo contiene sempre una parte di importazioni da altri partner continentali l’impatto tenderà a distribuirsi sul complesso dell’Unione. Va tuttavia considerato che l’effetto recessivo sulla domanda dovrà essere compensato dall’aumento della spesa militare. La Germania ha già annunciato l’adeguamento di queste spese all’obiettivo Nato del 2% del Pil; altri Paesi seguiranno e alcuni andranno anche oltre, come già annunciato dalla Polonia. Per l’Unione nel suo complesso, tale adeguamento comporta un aumento delle spese di circa lo 0,6% del prodotto, entità analoga alla potenziale perdita di domanda dal lato delle esportazioni.

L’esposizione verso la Russia delle banche dell’eurozona è modesta

Secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali, l’esposizione complessiva verso la Russia delle banche dell’eurozona è di circa 80 miliardi di euro; una cifra irrisoria (lo 0,3%) rispetto al volume complessivo di attività delle banche . Il rapporto sale di poco (allo 0,7%) se si considerano anche i Paesi al di fuori dell’eurozona. Discorso diverso andrebbe fatto per il Regno Unito, fuori non solo dall’euro, ma oggi anche dall’Unione: la cosiddetta Londongrad, negli ultimi anni ha dato ampia ospitalità agli investimenti russi, immobiliari e non, senza guardarci dentro o andare troppo per il sottile.

L’esposizione che riguarda l’area euro è però concentrata in tre Paesi: Francia e Italia (entrambi per circa 23 miliardi di euro) e Austria per 15 miliardi; inoltre, all’interno di questi Paesi l’esposizione di concentra in alcuni grandi istituti. In termini assoluti, Société Générale è fra le più esposte, per oltre la metà dell’intera esposizione complessiva della Francia. UniCredit è la più esposta fra le italiane, circa la metà della cifra totale italiana o l’1,3% delle attività complessive della banca. Intesa Sanpaolo è presente, in misura minore, attraverso filiazioni locali e garanzie a controparti russe. Più delicata sembrerebbe in Austria la posizione di Reiffeisen, con un’esposizione che potrebbe superare il 10% degli asset.

L’esposizione in bilancio consiste in prestiti delle rispettive case madri e in esposizione indiretta attraverso filiazioni bancarie locali dotate di capitale proprio. Quest’ultima è prevalente e al momento appare maggiormente esposta, mentre la prima si rivolge soprattutto a controparti non bancarie.

Si tratta di ordini di grandezza non trascurabili per alcune banche, ma gestibili, che rientrano – con la probabile eccezione del caso austriaco – nei margini di capitale. La vigilanza Bce dovrà monitorare attentamente le perdite mano a mano che si scaricano sui bilanci e fornire elementi temporanei di flessibilità laddove si rendessero necessari.

Energia, difficoltà superabili – e con vantaggi sul lungo periodo

È la madre di tutte le questioni. Ieri il presidente americano Joe Biden ha annunciato il blocco alle importazioni di petrolio russo negli Stati Uniti, ma i canali con l’Ue restano aperti: il provvedimento su Swift esclude le banche russe più impegnate nei relativi pagamenti. Ma in futuro sarà diverso; la dipendenza energetica dalla Russia andrà evitata o limitata.

Va anzitutto capito che l’aumento dei prezzi che oggi vediamo quando riforniamo l’auto o paghiamo la bolletta non dipende, per la maggior parte, della crisi ucraina: era già avvenuto per altre ragioni. I prezzi attuali comportano per l’Europa un rincaro di 360 miliardi di euro all’anno o il 2,2% del Pil rispetto ai tempi pre-Covid, a quantità invariate. Anche in caso di una prevedibile riduzione delle importazioni, l’impatto recessivo e inflazionistico rimane comunque importante, di poco inferiore all’effetto esercitato dall’aumento del prezzo del petrolio degli anni 70.

Di questo aumento, solo la metà è avvenuta dall’inizio della crisi ucraina. Petrolio e gas erano già rincarati per l’impatto congiunto della caduta degli investimenti nella produzione di idrocarburi degli ultimi anni e la ripresa economica globale. In Asia, i prezzi del gas erano da mesi a livelli senza precedenti. C’è peraltro da aspettarsi che i prezzi ridiscendano a guerra finita.

La crisi alimenta tensioni preesistenti, alle quali l’Europa avrebbe comunque dovuto adeguarsi. Come? Nel passato, l’aggiustamento è avvenuto attraverso riduzioni e riconversioni della domanda, e aumento delle nostre esportazioni di manufatti verso i Paesi produttori, il cui potere d’acquisto aumenta. Sarà così anche questa volta. Solo che ora questo aggiustamento sarà un po’ più difficile perché uno sbocco (la Russia) viene meno e perché l’intasamento dei canali di offerta rallenta il traffico marittimo e il commercio globale.

La riconversione geografica dei canali di offerta è più facile per il petrolio, materia omogenea per cui esiste un vasto mercato globale. Non altrettanto per il gas, trattato prevalentemente in forma liquida (Lng) che richiede liquefazione alla fonte e rigassificazione allo sbocco. Riconvertirsi richiede, per la Russia, di investire in gasdotti o impianti di liquefazione, e per l’Europa l’inverso, in impianti di rigassificazione attualmente insufficienti nei Paesi che dipendono maggiormente dai gasdotti provenienti dalla Russia (Germania e Italia). Fattori di ostacolo che potranno, nel breve periodo, determinare ulteriori aumenti dei prezzi.

Nel medio-lungo periodo, tuttavia l’effetto dovrebbe essere gestibile. La prima ragione è la dimensione dei mercati globali; il gas che l’Europa importa dalla Russia non supera il 3,5% del mercato globale (140 miliardi di metri cubi le importazioni europee stimate per il 2021, contro un consumo globale di circa 4mila miliardi).

Inoltre, i mercati energetici sono fungibili e integrati, e vi è anche una certa sostituibilità fra petrolio e gas (è per questo che il prezzo del secondo è spesso indicizzato su quello del primo) come tra gas e carbone (nella produzione di energia elettrica). Se viene meno il gas russo ci vorranno più petrolio e carbone, che potrebbe far aumentare i loro prezzi. Fortunatamente il fabbisogno supplementare di petrolio e carbone ammonta soltanto al 2,5% della produzione globale. La sostituzione del gas russo pare pertanto possibile anche in tempi abbastanza ravvicinati, cioè un anno o due.

La terza ragione per cui l’Europa può emanciparsi dall’energia russa è la sostituzione con fonti alternative, rinnovabili e non, e dalla possibilità di incentivare il risparmio. In questo ci vuole molto più tempo. Si tratta di perseguire e magari intensificare programmi di riconversione energetica che l’Europa già ha.

Due condizioni appaiono essenziali. La prima è che il “segnale” dell’aumento dei prezzi non venga annullato da provvedimenti governativi di sostegno, specialmente basati sul consumo. È giusto aiutare gli strati di popolazione meno abbienti e più colpiti, ma sarebbe un errore estendere i sostegni a pioggia e commisurarli al consumo di energia.

L’aumento dei costi energetici al margine è un fatto ineluttabile; produttori e consumatori devono adeguarsi a questa realtà sostituendo fonti energetiche e risparmiando energia.

In definitiva, nel breve termine le conseguenze di affrancarsi dalla Russia appaiono rilevanti dal lato dell’energia (meno per gli altri due canali), ma nel tempo anche queste appaiono gestibili se si intraprendono i suddetti investimenti si lascia che i prezzi influenzino il comportamento di consumatori e produttori.

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