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Export, consumi, investimenti esteri: così avanza la ripresa di Pechino

Segnali positivi alla vigilia dell’evento che fisserà le linee guida dell’economia

di Rita Fatiguso

(Afp)

4' di lettura

C’è molta attesa, quest’anno, per l’imminente Central economic work conference (CEWC), l’evento clou e supersegreto della nomenklatura cinese che fissa, a dicembre, le linee guida per l’economia dell’anno successivo.

Il 2021 sarà quello del 14esimo Piano quinquennale, a marzo la Plenaria del Parlamento dovrà approvarlo. Il che conferisce ulteriore significato all’incontro che, probabilmente, si terrà a ridosso del fine settimana. Analisti, politici, grandi manager di holding transnazionali, gestori di fondi di investimento e capi di Stato e di Governo si chiedono, tutti, quali saranno le prossime mosse della Cina, il grande convalescente in un pianeta di malati gravi.

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Il 2020 è stato un anno drammatico per la Cina e per il mondo intero, piombati nella trappola nella pandemìa, ma Pechino ha sterzato per prima e si è rimessa in piedi sulla via della crescita. Mai come in questo momento gli occhi sono puntati a Oriente e sull’unica nazione del G20 destinata a crescere nel 2021. Un motore in grado di trascinare l’intera area dell’Asia Pacifico grazie anche al RCEP, il Regional Comprehensive Economic partnership, l’accordo commerciale a 15, inclusi Giappone e Corea del Sud, firmato a novembre che totalizza il 30% del Pil globale. Un sistema di vasi comunicanti in grado di fare da volano anche al rampante yuan che, per il momento, è e resta non convertibile.

Ma sarà vera gloria?

Davanti ai dati eccellenti del National Bureau of Statistics relativi al periodo gennaio-novembre comparati con lo stesso periodo del 2019, si ha l’impressione di rivedere una Cina in grande spolvero, la copia carbone di quella di un decennio fa. Nel bene e nel male. Domina il segno positivo e dove questo non succede, come nel crollo dei prezzi al consumo (-0,5%) zavorrati dall’alimentare e, soprattutto, dai prezzi della carne di maiale falcidiata dalla peste suina (-12,5%) c’è già la soluzione: a gennaio parte a Dalian il primo mercato al mondo sui futures di maiali vivi. Servirà ad ammortizzare gli squilibri dei prezzi della carne di maiale, in cinese carne di maiale (ròu) è sinonimo di carne tout court.

La crescita cinese è una crescita reale. L’indice Pmi è a 52,1. da nove mesi al di sopra della soglia (50 punti) che indica la crescita. Il dato della produzione (+7%) e a novembre anche, finalmente, quello dei servizi (+8%), indicano una ripresa solida, come pure quelli della bilancia commerciale (in valore, +1,8%) nuovamente spostata sull’export (+3,7% contro l’import -0,5%) con un surplus commerciale in crescita che, certamente, infastidirà anche gli americani post-era Trump. Tornano positivi gli investimenti fissi (+2,6%) e anche gli Fdi (6,3%), perchè gli stranieri nonostante la chiusura delle frontiere stanno investendo (e tanto, tedeschi in testa). Si esportano materiali ad alta tecnologia (+32,3%)e l’online (+11,5%) spinge i consumi interni, contribuendo ad anticipare la strategia della Dual circulation (consumi interni in parallelo alla dimensione esterna), ovvero il pilastro del prossimo Piano, insieme all’autosufficienza tecnologica.

Il controllo assoluto sul contagio ha fatto la differenza dando alla Cina un fenomenale vantaggio temporale e, quindi, competitivo. Ma anche le riforme stanno giocando un ruolo enorme. Pechino continua a implementarle non per inerzia ma per necessità e un ruolo cruciale lo sta giocando la Banca centrale, affiancandolo alla politica monetaria - come sempre - prudente. Negli ultimi tempi ha sentenziato su tutto, dalla necessità di accompagnare il fallimento programmato di aziende private e pubbliche incapaci di onorare i bond in scadenza, al divieto di trucchi e trucchetti utilizzati per abbellire i conti, alle commistioni tra piattaforme per i microprestiti e sistema bancario culminata nello stop clamoroso alla doppia quotazione a Shanghai e Hong Kong da 35 miliardi di dollari di Ant financial, la piattaforma di pagamenti di Alibaba.

Anche l’Antitrust si è messa di traverso e sta bastonando le aziende private colpevoli di non rispettare le regole di fusioni e acquisizioni, ma la Banca centrale ha fatto di più, ha fatto fallire Baoshang, la prima banca regionale privata, e ha stabilito una classifica per quelle troppo grandi per fallire.

Al tempo stesso l’Istituto centrale cerca di dosare flussi di denaro in arrivo e in uscita e soprattutto di tenere le briglia a uno yuan che negli ultimi sei mesi ha guadagnato più degli ultimi due anni e mezzo, secondo in Asia solo al won coreano, e destinato ad apprezzarsi ancora di più: attira capitali stranieri, certo, ma zavorra l’export e limita il potere di spesa delle famiglie.

I default a catena di aziende e banche e il debito degli enti locali in crescita fortissima (+22%), associati ai prezzi monstre delle case (+4,3%) restano spine nel fianco in grado di evocare quei rischi finanziari sistemici in grado, cinque anni fa, di affondare la borsa di Shanghai. La medicina resta quella solita, le iniezioni di liquidità, e l’ultima è stata particolarmente forte. E tutto ciò mentre un fiume di denaro si riversa sui listini cinesi, i grandi gestori come Goldman Sachs creano proprie società in Cina e i prudenti fondi giapponesi fanno man bassa di titoli del debito sovrano di Pechino perchè si fidano dei cinesi. Difficile anche per la Central Economic Work Conference districarsi in questo nuovo Bengodi.

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