calzature

Export strategico per Santoni che guarda ad Asia e Africa

di Giulia Crivelli

Il negozio appena inaugurato a Kiev, in Ucraina

3' di lettura

«Le ipotesi di nuovi dazi o altre barriere commerciali di cui tanto si sente parlare in queste settimane non mi spaventano. Per due ragioni: la prima è che come imprenditore devo considerare ogni problema una sfida da affrontare e da vincere. La seconda è che mai come in questo periodo ci sono opportunità di crescita in mercati inesplorati in giro per il mondo. Basta rimboccarsi le maniche, studiare e andare a conoscerli, questi mercati, come mi ha insegnato mio padre». Giuseppe Santoni non condivide il pessimismo o almeno le preoccupazioni di molti suoi colleghi imprenditori, in particolare delle calzature. Eventuali sanzioni e controsanzioni tra Europa, Russia, Stati Uniti e Cina non sarebbero una buona notizia, ma i contrappesi esistono già e la visione dell’amministratore delegato dell’azienda marchigiana di scarpe di lusso ha una visione sempre di medio periodo, mai di breve.

«È grazie a questo approccio che cresciamo a due cifre da anni e che, passo dopo passo, senza strappi, abbiamo aggiunto le calzature donna a quelle da uomo, siamo diventati retailer e ora sperimentiamo capsule che comprendono capi di abbigliamento», aggiunge Santoni.

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Nel 2017 il fatturato è cresciuto del 14% a 80 milioni e per il 2018 si prevede un aumento forse ancora maggiore. «L’export è arrivato all’82% e la parte donna è al 35%: le fredde percentuali però non raccontano la storia che c’è dietro – sottolinea l’imprenditore, seconda generazione alla guida dell’azienda di famiglia –. Mio padre Andrea capì fin dagli anni 70 l’importanza di esplorare e provare a conquistare quote di mercato fuori dall’Italia. Allora nessuno parlava di globalizzazione o ipotizzava i cambiamenti drastici poi avvenuti nell’Est Europa e in Asia. Oggi io cerco di essere fedele alla sua impostazione valutando gli sviluppi dell’Asia, ma anche dell’Africa. Penso a Paesi come l’Angola, la Nigeria, la Malaysia».

Nel vocabolario di Giuseppe Santoni la parola delocalizzazione non è mai esistita. Ma per crescere a due cifre continuando a fare un prodotto di lusso artigianale occorre investire sulle persone e sulla capacità produttiva. «Già oggi diamo lavoro a 650 donne e uomini: la formazione interna è una vera ossessione e cerchiamo di organizzare momenti in cui persone che fanno lavori anche molto diversi si scambino esperienze e impressioni – racconta Santoni –. Abbiamo appena ampliato la sede di Corridonia di 5mila metri, costruendo uno stabilimento a bassissimo impatto ambientale, come avevamo già fatto negli anni scorsi. Il know how artigianale pensiamo di saperlo coltivare, ci serviva un aiuto sul piano del team building, vorrei avere più strumenti per coinvolgere le persone, far sentire tutti parte di un progetto entusiasmante, sostenibile e alimentato da passione e duro lavoro».

Santoni ha due figli: il primo studia in un’università americana, la seconda partirà per un college inglese tra pochi mesi. «Credo che da me e mia moglie abbiano ereditato il gene della passione per la scarpa artigianale. È molto importante però che abbiano una formazione internazionale e che facciano esperienze lavorative lontano da qui e magari dall’Italia. Se la passione resterà e saranno disposti a dedicarsi con fatica all’azienda di famiglia, sarò felice».

Con il figlio Giuseppe Santoni condivide la passione per le auto d’epoca e in questi giorni entrambi si sono ritagliati del tempo per partecipare alla Millemiglia. «È importante conoscere a fondo il nostro fantastico Paese – conclude –. Ma altrettanto importante è vederne i limiti e valutare la fatica che comporta restare e fare impresa in modo sano e responsabile». Santoni coltiva inoltre la conoscenza degli orologi, che lo ha portato a una partnership sempre più articolata con la maison svizzera Iwc per la creazione di cinturini e cinture in pelle pregiata. «Alta orologeria e calzature artigianali sono solo apparentemente distanti: colpisce e fa innamorare il prodotto finito, ma ancora di più sapere tutto quello che c’è dietro».

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