culture d’impresa

Fabbriche belle che sanno competere

di Antonio Calabrò


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(Cultura / AGF)

3' di lettura

La cultura d’impresa italiana è politecnica e riformista. Fondata cioè su sintesi originali tra i saperi umanistici e le conoscenze scientifiche, tra il senso della bellezza e la qualità hi-tech dei prodotti, delle fabbriche e dei sistemi di produzione. E su un’attitudine paziente e costante al cambiamento, al raggiungimento del migliore dei risultati possibili. Nessuna palingenesi, nessun miracolo. Semmai, una straordinaria inclinazione al “bello e ben fatto”, capace di reggere le sfide della mutazione delle esigenze dei mercati e della evoluzione dei tempi. Cultura politecnica e riformismo, appunto. Sono queste le riflessioni di fondo che fanno da cardine della XVIII Settimana della Cultura d’Impresa in programma da oggi al 22 novembre, promossa come ogni anno da Confindustria e da Museimpresa, che in particolare partecipa con più di 80 iniziative (mostre, convegni, workshop, visite guidate nelle imprese, incontri con le scuole, proiezioni di film, etc) ispirate al tema “A regola d’arte”, per raccontare “L’Italia delle culture d’impresa: inclusiva e sostenibile”.

Le nostre imprese stimolate dalle trasformazioni sociali, economiche e ambientali, mostrano una crescente capacità di evolversi, cambiando le proprie traiettorie industriali, costruendo inedite relazioni tra manifattura e servizi avanzati, conquistando nuovi spazi di competitività.

Ecco una parola chiave: competitività. C’è una lettura particolare, su cui insistere, andando alle radici della parola stessa: cum e petere, andare insieme verso orizzonti comuni. Le imprese italiane, abili e resilienti nella gradualità dei cambiamenti, hanno saputo tenere insieme l’intraprendenza individuale e la forza di un capitale sociale di relazioni positive e creatività, che innerva distretti e meta-distretti, reti d’impresa, filiere lunghe delle supply chain, cooperative e consorzi. E, fortemente radicate su territori da cui traggono l’intelligenza flessibile delle competenze, hanno combinato la produttività con le nuove dimensioni del rispetto per le persone e per l’ambiente.

L’insistenza, quest’anno, sui temi di fondo dell’inclusione sociale e della sostenibilità, vuole dare conto di come un numero crescente di imprese abbia vissuto la sostenibilità, ambientale e sociale, come un fattore essenziale di competitività e di quanto l’attitudine sofisticata a reggere le attuali ragioni della concorrenza, nel tempo di “Industria 4.0” e dell’evoluzione della “economia della conoscenza”, usi bene la leva dell’appartenenza, dell’orgoglio industriale, dell’impegno per “fare, e fare bene”. Nelle nostre imprese, infatti, cresce una vera e propria “morale del tornio”, un’etica della qualità del lavoro e delle relazioni, che anche in questi anni così difficili, ci ha permesso di tenere testa alle nuove sfide della concorrenza globale e alle resistenze di una “cultura anti-impresa”, anti-tecnologia e anti-scienza (diffusa purtroppo, da troppo tempo, pure in ambienti di governo) e attratta dall’illusione della demagogica e irresponsabile “decrescita felice” invece che dagli orizzonti dello sviluppo equilibrato. Oggi, proprio una cultura d’impresa così articolata può aiutare a vivere con maggior forza i processi di metamorfosi in corso, i “cambi di paradigma”, le sorprendenti dimensioni d’una crisi carica di rischi ma anche di opportunità, tra dismissioni industriali e cambi azionari di molte imprese, ripresa degli investimenti internazionali, rilancio della manifattura d’alto di gamma e crescita di dinamiche start up.

Quest’Italia, troppo spesso mal rappresentata, è ricca di “fabbriche belle” e vocate alla sostenibilità, progettate da grandi architetti (Renzo Piano per Pirelli, Michele De Lucchi per Zambon, Cino Zucchi per Lavazza, Guido Canali per Prada e tanti altri ancora, come gli architetti di Avio/General Electric a Cameri, a Novara, ma anche in Puglia e in Campania e quelli della Dallara sulle colline emiliane), luminose, accoglienti, forti di elevati standard di sicurezza sul lavoro, alimentate da energie rinnovabili, costruite con bassissima impronta ambientale. Sono i luoghi ideali per il miglior made in Italy. Ma anche i pilastri di una nuova idea di economia circolare, civile, da Green Italy (se ne parlerà lunedì 11 a Milano nel principale convegno di Museimpresa, con il contributo del Politecnico di Milano).

In questa dimensione che guarda allo sviluppo, i musei e gli archivi d’impresa hanno un ruolo fondamentale. Custodiscono i documenti della memoria dell’industria italiana e testimoniano come, nel corso del tempo, la nostra meccanica e la chimica, l’automobile e la gomma, l’elettronica, la grande edilizia, la finanza, l’abbigliamento, l’agroalimentare, la cantieristica e un po’ tutti i settori della manifattura e dei servizi abbiano avuto l’innovazione come motore competitivo. I musei e gli archivi sostengono marketing e comunicazione contemporanei, rafforzano i valori d’appartenenza aziendale, stimolano nuove attività di ricerca. Storia senza nostalgie, ma come motore di trasformazione. L’Italia che cambia.

Presidente di Museimpresa, Vicepresidente di Assolombarda
e Direttore della Fondazione Pirelli

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