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Fabbrini: «Difesa europea e bond in nome dei beni pubblici europei»

Fabbrini: il Covid e l’invasione russa dell’Ucraina impongono un cambiamento di strategia per l’Europa che deve farsi carico della propria sicurezza delegata alla Nato

di Giorgio Pogliotti

3' di lettura

Difesa europea e bond in nome dei beni pubblici europei. Le nuove minacce - il Covid, l’invasione russa dell’Ucraina - impongono un cambiamento completo di strategia per l’Europa. Che deve farsi carico della propria sicurezza, finora delegata alla Nato. Ma non sono solo i rapporti con gli Usa che devono cambiare. Occorre anche ripensare la globalizzazione, il modello perseguito finora è insostenibile. In nome di una globalizzazione selettiva bisogna ridurre la dipendenza da Paesi dittatoriali, rafforzando gli interscambi tra paesi europei, e con l’Africa.

Sono alcune delle riflessioni condotte al Festival di Trento da Sergio Fabbrini, professore ordinario di scienza politica e relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di scienze politiche presso la Luiss Guido Carli, editorialista del Sole 24 ore e autore di “Democrazie sotto stress”.

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La sfida della sicurezza comune

Il professor Fabbrini parte da una premessa: «Quando parliamo di Europa dobbiamo farlo con grande rispetto. La nostra generazione è la prima a non aver conosciuto la guerra, l’Unione europea è un progetto artificiale, democratico, pensato e costruito per trovare una pacificazione del continente, come condizione per lo sviluppo e la stabilità politica. Sin dall’inizio sono emerse grandi difficoltà, nel 1952 il Trattato costitutivo della Comunità europea della difesa (CED), un organismo sovranazionale che fallì per pure ragioni di politica interna: l’Assemblea nazionale in Francia lo bocciò, per le resistenze della destra gollista e della sinistra comunista. La Nato ha dovuto intervenire per supplire ad una debolezza dell’Europa e risolto la questione tedesca inglobando la Germania Ovest. Attraverso la Nato l’Europa ha potuto ricostruire le infrastrutture sociali e civili perchè alla difesa ci pensava qualcun altro. Per decenni abbiamo beneficiato della sicurezza pagata dai contribuenti americani. Ma non si può continuare con questo modello perché non possiamo più fare affidamento sulla stabilità democratica americana e l’invasione di Putin all’Ucraina ha creato un quadro che preoccupa. Dobbiamo riarmarci: ci sono due opzioni in campo, dare forza a difese nazionali o, come Europa, con istituzioni sovrannazionali che controllano le decisioni prese. Ritengo sia giunto il tempo di recuperare la visione dei leader che dettero vita alla Ced, come europei dobbiamo prenderci noi la responsabilità della nostra sicurezza».

Una nuova Governance per le decisioni geopolitiche

«Sulle questioni che riguardano il mercato l’Europa ha costruito una struttura decisionale relativamente efficiente, nella divisione dei compiti tra la Commissione e il Parlamento europeo. Dopo la fine della guerra fredda, dopo il crollo del muro di Berlino la geopolitica è diventata centrale. I governi nazionali dal 1991 decisero di introdurre un sistema decisionale basato sul consenso di tutti i governi, nelle questioni geopolitiche bisogna votare all’unanimità (sul mercato, invece, si decide a maggioranza). Il criterio dell’unanimità funziona dove c’è un senso comune, una omogeneità che dopo l’allargamento dell’Europa è venuta meno. Ormai non si pone problema di qual è l’interesse europeo per la risposta all’aggressione al’Ucraina, oggi si pone il tema di qual è il mio interesse». Il riferimento è all’Ungheria che ha posto la condizione di togliere le sanzioni al patriarca russo ortodosso Kirill, considerato tra gli artefici del progetto di invasione, mentre la Polonia ha posto il veto sull’accordo accordo transnazionale per imporre un’aliquota minima del 15% sugli utili delle grandi multinazional per ottenere l’approvazione del proprio Pnrr, bloccato per lo scontro con la Commissione Ue sullo stato di diritto. «Il sistema decisionale attuale non può funzionare, l’Europa ha bisogno di avere una governance che consenta di avere maggiore capacità decisionale», spiega il professore.

La questione del debito comune

Fino all’emergenza Covid, si è visto con la crisi finanziaria e con la crisi migratoria, in Europa ogni paese faceva da solo, i Paesi “virtuosi” non volevano pagare per i difetti di altri. «Col Covid questo modello non ha più funzionato, ci sono crisi esogene che non sono responsabilità di uno o altro Paese: chi è responsabile della pandemia? non gli italiani o gli spagnoli che hanno pagato il prezzo più alto. Ci sono problemi comuni che richiedono soluzioni comuni. La crisi pandemica non è responsabilità di nessun Paese, con la conseguenza che spetta all'Ue affrontarla. Il problema si è posto anche con l’aggressione russa all’Ucraina. Come pensare che i Paesi baltici o la Polonia possano affrontare milioni di arrivi? Non possiamo lasciarli da soli. Lo stesso discorso vale per il debito comune».

Verso una globalizzazione selettiva

«È la fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, quel tipo approccio non funziona più, non possiamo dipendere da materie prime prodotti da paesi dittatoriali, dalla russia o dalla Cina. Andremo verso una globalizzazione selettiva, con una maggiore interdipendenza tra Paesi europei, senza rinunciare agli scambi con l’Africa, che in un’ottica strategica va portata più vicina all’Europa. L’Europa dovrà rafforzare l’autonomia del suo mercato interno».

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