azione del governo usa

Facebook accusata di discriminazione razziale negli annunci immobiliari

di Marco Valsania

Accuse a Facebook, pressione su politici contro privacy

3' di lettura

New York - Facebook ha «sbattuto la porta in faccia» ai cittadini nutrendo la discriminazione nella sua piattaforma pubblicitaria. Il colosso del social network è stato formalmente accusato oggi dal governo degli Stati Uniti, per l’esattezza dal Ministero della casa e dello sviluppo urbano, di penalizzare fasce di americani e di violazione della legge per le sue pratiche nella gestione delle inserzioni immobiliari. Nei fatti la società circoscriveva chi poteva vedere le pubblicità sulla sua piattaforma «incoraggiando, rendendo possibile e causando» una discriminazione.

Nelle parole del Segretario allo Housing, Ben Carson: «Usare un computer per limitare le scelte di abitazione di una persona può essere tanto discriminatorio quanto sbattere la porta in faccia a qualcuno». Funzionari federali hanno anche indicato che l’azione odierna potrebbe estendersi ad altre aziende: numerose società tecnologiche e di Internet sono sotto il microscopio per potenziali pratiche illegali di “targeted advertising”.

Loading...

Solo la scorsa settimana Facebook aveva raggiunto un ampio accordo con numerose associazioni per la difesa dei diritti civili per riformare proprio il suo sistema che consente il micro-targeting nelle inserzioni legate sia alle offerte di lavoro che di casa e di credito.

Questo non è bastato però a evitare adesso il ricorso da parte delle autorità federali, che hanno impugnato la legge Fair Housing Act nell’accusare il gruppo di Mark Zuckerberg.
Facebook è stata colta di sorpresa: «Siamo stupiti dalla decisione del Dipartimento - ha detto un portavoce -. Abbiamo compiuto significativi passi per risolvere quelle preoccupazioni». Facebook ha affermato che una rottura con il governo sarebbe avvenuta quando le autorità hanno chiesto durante la loro inchiesta accesso completo all’utenza della società, richiesta negata da Fb che ha denunciato la possibilità di creare un precedente pericoloso proprio per l’intrusione in dati protetti.

È un’accusa, quella di discriminazione, che tuttavia viene da lontano: l’indagine federale aveva mosso i primi passi già due anni or sono ancora sotto l’amministrazione di Barack Obama ed è stata proseguita e ufficializzata sotto quella di Donald Trump. Lo scorso agosto Carson aveva indicato come Fb fosse nel mirino per aver escluso, quando si tratta di accesso alle inserzioni, fasce di americani sulla base di ragioni etniche, di sesso, geografiche (di codice postale) e anche religiose.

La pratica discriminatoria è resa possibile dalla enorme montagna di dati personali che Facebook raccoglie, analizza e utilizza. È una realtà che in passato aveva permesso lo scandalo di Cambridge Analytica, cioè l’utilizzo di dati senza permesso da parte di terzi per influenzare campagne politiche e elezioni. Oggi Facebook ha reso più severe quelle regole sui dati. Ma come dimostra il nuovo caso, il rischio di abusi da parte della stessa Fb non è svanito, con il mettere mano a dettagliati dati personali diventato il pilastro di un modello di business tuttora basato sulla vendita di pubblicità considerata sempre più efficace. E questo continua a sollevare polemiche e sospetti di abusi, manipolazioni e violazioni della privacy.

Nella vicenda in questione Facebook, stando a quanto venuto alla luce, aveva usato una serie di caratteristiche esplicitamente protette dalla legge statunitense - che vanno appunto dall’appartenenza razziale a quella religiosa - per dar vita a un’aperta forma di ghettizzazione fisica quanto virtuale: stabilire non soltanto a chi rivolgere in modo sofisticato e subliminale le inserzioni ma anche chi vi potesse semplicemente accedere.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti