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Facebook, è diffamazione sottolineare un difetto fisico come la miopia

Chi fa ironia su un deficit fisico lede la dignità della persona: la reputazione individuale è un diritto inviolabile da mettere al riparo dallo scherno

di Patrizia Maciocchi

(REUTERS)

2' di lettura

Ironizzare su un difetto fisico di qualcuno su Facebook può costare una condanna per diffamazione, con l’obbligo di risarcire la parte lesa. Non è infatti, una semplice ingiuria, ormai depenalizzata, fare battute sulla miopia o sullo strabismo di una persona. La Cassazione annulla così, ai soli effetti civili, la sentenza con la quale la Corte d’Appello aveva “derubricato” a semplice ingiuria la frase «punti di vista, anche storta...», con la quale l’autore del post - corredato da tanti emoticon ridanciani - faceva riferimento al deficit visivo del destinatario della battuta. La Suprema corte non è d’accordo con il ragionamento della Corte territoriale che aveva minimizzato, affermando che «un deficit visivo non diminuisce il valore di una persona», mentre con la sua offesa l’imputato aveva «messo in cattiva luce se stesso». I giudici di legittimità condividono invece la tesi della difesa della parte civile, secondo la quale aggredisce la reputazione di un individuo chi lo mette alla berlina per le sue caratteristiche fisiche. Nel caso esaminato per gli ermellini «le espressioni adoperate dall’imputato sottendono una diminutio della persona offesa, che, in quanto ipovedente, non avrebbe dignità di interlocuzione pari a quella degli altri utenti della piattaforma».

Ingiuria solo con la replica immediata

Né può essere condivisa la classificazione del reato come ingiuria anziché come diffamazione. La Suprema corte ricorda che l’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso che può immediatamente replicare. Sbagliato dunque l’assunto della Corte d’Appello sulla possibilità per la parte lesa di dire la sua nel social. Certamente la persona presa di mira poteva interloquire, ma poteva farlo solo in un secondo momento dopo la pubblicazione del post sul social network, mentre a fere la differenza è la contestualità attacco-replica. La Cassazione proprio pronunciandosi sul servizio di comunicazione istantanea a più voci Google Honouts, ha avuto modo di chiarire il discrimine tra ingiuria e diffamazione. Ancora una volta la Suprema corte è costretta a dare una spallata alla certezza di impunità dei leoni da testiera.

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