la crisi

Facebook, il dubbio sulla tenuta del modello di business

di Luca De Biase

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(Reuters)

3' di lettura

Si è scusato. Si è umiliato. Si è dichiarato colpevole. Di fronte ai politici che lo interrogavano, a Washington e a Bruxelles, Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, non ha negato i problemi della sua azienda: essenzialmente ha ammesso la sua disattenzione nei confronti della privacy, che si è configurata in un mancato controllo su dove finissero i dati degli utenti una volta che venivano utilizzati da applicazioni che giravano sulla sua piattaforma. Con quell’atteggiamento conciliante, Zuckerberg sembrava aver superato l’ostacolo delle non sempre competenti domande dei politici. Ma non è riuscito a superare la crisi di credibilità. Che si è concretizzata nelle gigantesche perdite di borsa registrate in queste ore.

I dubbi sui mercati riguardano due ordini di problemi: da una parte, ci si domanda se Facebook sia ancora in grado di mantenere un ritmo di crescita significativo e, dall'altra parte, ci si chiede se non ci siano altri scheletri nell'armadio dell’azienda.

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Facebook riesce a registrare un utile di circa tre dollari per cliente. Questo rapporto è aumentato nel tempo, ma resta piuttosto limitato, sicché il suo valore di Borsa dipende dalla crescita degli utenti. Questa crescita persiste, si sta rivelando meno sostenuta del previsto, avendo registrato un aumento dell’11% contro il 13% atteso, ma in futuro potrebbe peggiorare se le persone diventano più preoccupate per la loro privacy. E anche la crescita per acquisizioni non è prevedibile, posto che l’antitrust europea ha già contestato a Facebook di non essere stata ai patti nel caso dell’acquisizione di Whatsapp e quindi potrebbe rivelarsi particolarmente ostica nel caso debba valutare altre acquisizioni. In questa situazione, la crescita dipenderebbe da un cambiamento nel modello di business, con un aumento della redditività dei singoli clienti. Ed è questo che il mercato sembra non vedere all’orizzonte per Facebook.

Mark Zuckerberg (AFP PHOTO / JIM WATSON)

In primo luogo, il mercato può legittimamente dubitare che possa aumentare ancora molto la monetizzazione degli utenti per via pubblicitaria. In effetti, il valore della pubblicità su Facebook dipende dal tempo e dall’attenzione che gli utenti dedicano al social network, dalla sua credibilità e rilevanza, dalla profilazione degli utenti per l’ottimizzazione delle risorse investite nelle campagne: il fatto è che il tempo e l’attenzione non aumentano più come prima, la credibilità e rilevanza tendono a peggiorare, la profilazione diventa sempre più difficile con il progressivo avanzamento delle regolamentazioni a protezione dei dati personali.

In secondo luogo, il mercato non vede una diversificazione vera che Facebook sta riuscendo a operare al di fuori dei servizi pubblicitari. Non è mai riuscita a diventare in qualche modo un marketplace, non è riuscita a concretizzare i progetti di creazione di monete virtuali per gli scambi all’interno del social network, non ha servizi a pagamento significativi. La frontiera della realtà virtuale resta appesa a un futuro ancora poco immediato. E comunque non convince fino in fondo.

Sono problemi che molte aziende vorrebbero avere. Facebook è ancora un’azienda che genera utili, liquidità, potere, notorietà, a livelli difficilmente paragonabili con la norma delle aziende. E poi quel suo rapporto prezzo/utili di 30, che non è certo esagerato, non è neppure un valore da azienda matura. Ma la domanda è proprio questa: nata nel 2004, Facebook ha raggiunto tutti i suoi obiettivi a una velocità straordinaria, compresa la maturità?

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