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Facebook e l’odio in rete, serve più trasparenza su ciò che è ammesso

Le piattaforme dovrebbero offrire agli utenti alcune garanzie circa la trasparenza, l’equità e la prevedibilità delle proprie scelte su ciò che è ammesso e ciò che non lo è

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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3' di lettura

Facebook e Instagram hanno cancellato le pagine ufficiali, nazionali e locali, dei movimenti di estrema destra CasaPound e Forza Nuova, nonché di decine dei loro esponenti di maggior spicco. La notizia potrebbe essere banalmente tradotta in questi termini: due siti privati americani hanno ritenuto di non voler diffondere più alcuni contenuti, esercitando l’ovvia libertà di scegliere cosa ospitare nella propria piattaforma.

In questa prospettiva, le ragioni delle rimozioni sono in sé secondarie: Facebook e Instagram non sono servizi pubblici, non hanno obblighi di pluralismo, né devono dare spazio a chiunque. Di più: come aziende private che fondano il proprio business sulla presenza di contenuti e sulla conseguente vendita di spazi pubblicitari, possono ben ritenere che alcuni messaggi possano nuocere al florido sviluppo degli affari.

Nulla da obiettare, quindi? In linea di principio diremmo di no. Tuttavia, la dimensione e la posizione dominante sul mercato delle due società e i molti diritti coinvolti nella loro attività suggeriscono di valutare se sia opportuna qualche eccezione alle regole generali sulla libertà d’impresa.

La libertà di espressione viaggia su molti canali, vecchi e nuovi, che tendono a rinnovarsi e a moltiplicarsi. In particolare, per la dinamica della rete, ciò che è precluso su una piattaforma ne trova facilmente un’altra se di quei contenuti vi è una domanda diffusa. L’esempio più banale è quello del materiale pornografico che, bandito dalle piattaforme generaliste, si è riversato su quelle “specialistiche”.

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Oggi, però, i dati rivelano che i grandi social network, Facebook in primis, veicolano una percentuale straordinariamente elevata di contenuti e sono divenuti il luogo ove si scambiano la maggior parte delle informazioni e delle opinioni.

Proprio per tale ragione, le piattaforme dovrebbero offrire agli utenti alcune garanzie circa la trasparenza, l’equità e la prevedibilità delle proprie scelte su ciò che è ammesso e ciò che non lo è. Sarebbe certamente opportuno che i social prevedessero in modo più chiaro e tassativo i propri community standards, anche sulla base dei codici di condotta elaborati dagli stessi operatori su impulso delle istituzioni europee, che dettano ad esempio proprio principi comuni per il contrasto alla diffusione di discorsi d’odio o alla disinformazione.

Le piattaforme dovrebbero offrire agli utenti alcune garanzie circa la trasparenza, l’equità e la prevedibilità delle proprie scelte su ciò che è ammesso e ciò che non lo è

Sarebbe poi auspicabile garantire un contraddittorio con il titolare della pagina sotto osservazione, prima di procedere alla rimozione. Azzardiamo un’ipotesi: Facebook dovrebbe avvisare l’utente che i suoi contenuti violano le regole “della casa”, dando un termine per spiegare le sue ragioni e avvisando che, qualora tali ragioni non saranno condivise, i contenuti saranno cancellati o l’account rimosso. Ciò consentirebbe all’autore almeno di salvare le pagine a rischio di rimozione.

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In assenza di una seria regolamentazione, il rischio è l’arbitrio assoluto di un soggetto le cui scelte potrebbero condizionare la formazione dell’opinione pubblica, dai temi più frivoli a quelli più rilevanti, anche politicamente.

Proprio nel caso ciò avvenga, a cascata, è facile immaginare un intervento del legislatore, nazionale o europeo, che finirebbe con l’imporre ai social una normativa specifica, prevedendo ad esempio il rispetto del pluralismo. Ciò, aldilà del tenore delle eventuali regole, tenderebbe a snaturare le piattaforme. La direzione, a questo punto, potrebbe essere quella di assimilare i social networks a una sorta di servizio pubblico, di cui però non hanno né i presupposti, né la struttura, né la missione.

Dunque, in generale e senza esprimere alcun giudizio sul caso concreto, ci pare legittimo e anche auspicabile che Facebook decida di non ospitare più account che diffondono odio. La sua posizione dominante, tuttavia, dovrebbe condurre la piattaforma a prevedere alcune garanzie, soprattutto procedurali, per chi viene escluso dalla piazza mediatica oggi forse più importante del mondo.

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