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Facebook leader dell’energia pulita

Prima negli Usa e seconda al mondo per eolico e fotovoltaico. Ma un audit rivela l’assenza di una strategia efficace sulla sostenibilità sociale

di Laura La Posta

Facebook riscalda la terza città danese

Prima negli Usa e seconda al mondo per eolico e fotovoltaico. Ma un audit rivela l’assenza di una strategia efficace sulla sostenibilità sociale


7' di lettura

È Facebook il colosso dell’energia da fonti rinnovabili negli Stati Uniti. Il dato emerge dal primo Rapporto di sostenibilità aziendale, relativo al 2019 e reso noto a metà luglio.

Secondo la Renewable energy buyers alliance, il big dei social network è il primo acquirente americano di energia pulita (da eolico e fotovoltaico, anche proprietario). Ed è al secondo posto nel mondo, in base alle rilevazioni Bloomberg NEF, alle spalle di Google che nel settembre 2019 ha annunciato contratti record di energia pulita in sei Paesi.

Sono soprattutto i grandi data center, con decine di migliaia di server in armadi che occupano maxi-edifici, ad alimentare la fame di energia delle società BigTech. E il trend attuale è di costruire data center più piccoli ed ecologici, per aumentare la ridondanza, la sicurezza e la sostenibilità dei network.

L’interesse di Mark Zuckerberg per l’energia pulita

Facebook è stata una pioniera della decarbonizzazione, spinta dall’interesse del fondatore Mark Zuckerberg verso l’energia pulita. Un interesse manifestato a più riprese.

«Risale al 2011 l’impegno a usare solo fonti rinnovabili, mentre nel 2017 Facebook si è unita alla “We are still in coalition”, per supportare gli Accordi di Parigi sul clima», ha ricordato la vicepresidente responsabile delle infrastrutture, Rachel Peterson, nella prefazione del Rapporto di sostenibilità. È del 2013, poi, la prima fornitura di elettricità da eolico.

Nel 2015 ci sono stati il lancio della Breakthrough energy coalition assieme ad altri big come Bill Gates e Jeff Bezos, e l’impegno pubblico ad arrivare al 50% di clean energy, rispetto al fabbisogno annuale di energia, entro il 2018. Promessa attuata con un anno di anticipo.

«Due anni fa ci siamo impegnati a ridurre le emissioni di gas serra del 75%, rispetto al 2017, e a sostenere le nostre attività globali con il 100% di energia rinnovabile entro la fine del 2020 – ha raccontato Edward Palmieri, Director of sustainability di Facebook, in una call con la stampa europea -. A fronte di questa promessa, nel 2019 abbiamo ridotto del 59% le emissioni e abbiamo raggiunto l’86% di utilizzo di energia da fonti rinnovabili. Inoltre, abbiamo finalizzato il nostro primo investimento diretto in clean energy, con l’impianto Prospero Solar da 300 MW in Texas».

Una best practice: energia termica in Danimarca

Un’efficace strategia ambientale non si basa solo sulle fonti rinnovabili. Facebook questo lo sa e sta investendo anche in efficienza energetica e recupero del calore sviluppato dai server . Nella presentazione alla stampa europea, sono stati illustrati i primi risultati di un progetto complesso.

«Il data center di Odense, in Danimarca, alimentato al 100% da energia eolica, comprende anche un’infrastruttura per raccogliere il calore generato dai server e distribuirlo al sistema di teleriscaldamento locale – ha spiegato Palmieri -. Il progetto è attualmente in fase di espansione per fornire 100mila MWh di energia all’anno: abbastanza per riscaldare 6.900 case. Siamo entusiasti di questa esperienza positiva, che dona energia termica anche a un ospedale».

La Energy specialist di Facebook, Lauren Edelman, ha aggiunto che «il sistema attivo nella città natale di Hans Christian Andersen è uno dei più grandi al mondo, con i suoi 25 MWh di energia termica prodotta ogni 60 minuti».

Mentre Kim Winther, capo del business development del partner Fjernvarme Fyn, che gestisce la rete di teleriscaldamento locale, ha sottolineato come il progetto stia «aiutando la città a eliminare gradualmente l’uso del carbone entro l’estate del 2022, ben prima dell’obiettivo iniziale del 2030», e rappresenti «una best practice per tutta la Danimarca, visto che consente di ridurre il consumo locale di combustibili fossili del 25%».

Mark Zuckerberg ha teorizzato la completa libertà di espressione su Facebook degli utenti personaggi pubblici, per la loro “notiziabilità” (anche a discapito della veridicità dei fatti riportati ) in un discorso alla Georgetown University nel 2019 (un momento del discorso nella foto di AndrewCaballero-Reynolds/ AFP)

Sostenibilità sociale assente

Il Rapporto di sostenibilità della società di Menlo Park dà conto anche di alcune iniziative a sostegno delle comunità. «Ad esempio abbiamo condiviso con i nostri partner la Climate conversation map, che racconta come le conversazioni digitali sull’argomento si svolgono in tutto il mondo e nel tempo; e abbiamo sostenuto progetti di risanamento idrico che riforniranno 206mila metri cubi di acqua all’anno, come quello in New Mexico che ha permesso di ripristinare chilometri di corsi d’acqua contribuendo alla protezione di alcune specie in pericolo», ha raccontato Palmieri, rimandando alla lettura del documento integrale.

Ma la lettura del Rapporto si rivela rapida, trattandosi solo di 17 pagine con infografiche (che peraltro non seguono gli standard internazionali della Global reporting initiative).

Per fare qualche paragone, il solo Environmental report di Google è di 65 pagine, che spaziano dall’analisi di tutta la supply chain al monitoraggio dei key performance indicators in molti ambiti, mentre il report di Amazon è di 85 pagine che relazionano su tutti gli aspetti della sostenibilità. Quello di Enel, poi, consta di 338 pagine, con la rendicontazione dei progressi conseguiti per realizzare i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) delle Nazioni Unite e con la mappatura di tutti i portatori di interessi (stakeholder) e del dialogo avviato con loro.

Tema centrale del documento di Facebook, incentrato sulle politiche energetiche, è invece il solo climate change. Assenti gli altri pilastri della sostenibilità: l’impatto sociale, valoriale ed economico su tutti gli stakeholder (dipendenti, fornitori, utenti, comunità), la diversity e l’inclusione, l’autovalutazione sui criteri Esg (Environmental, society, governance) alla base della finanza sostenibile, il green building e la mobilità sostenibile, l’economia circolare necessaria a ottimizzare le risorse, gli approvvigionamenti responsabili (al di là della sola risorsa energetica), la Corporate social responsibility (che non si ferma alla lotta ai cambiamenti climatici), l’Agenda 2030 Onu con i 17 Sdg per avere un pianeta più sostenibile nel suo complesso.

Proteste, boicottaggio e audit

Lo scarso focus sui criteri Esg (e in particolare sulla G di governance) ha probabilmente contribuito alle tensioni che attraversano la società da anni. Può essere letto anche in questa luce il Civil rights audit rilasciato l’8 luglio scorso: un’inchiesta indipendente sollecitata da organizzazioni sociali e da membri del Congresso e realizzata, con la piena collaborazione di Facebook, da avvocati specializzati nei diritti civili.

Da notare che il Congresso ha a più riprese convocato Zuckerberg nel corso degli anni, non risparmiandogli critiche feroci: l’ultima audizione (in tema antitrust), con altri leader BigTech, risale al 28 luglio.L’audit scaturisce dalle polemiche sul ruolo avuto da Facebook sulle elezioni americane del 2016, sulle interferenze russe, sullo scandalo Cambridge Analytica del 2018, sull’inazione verso post discriminatori o intrisi di hate speech.

Il documento finale, frutto di due anni di lavoro, segnala passi avanti consistenti da parte della società e un dialogo finalmente avviato dai vertici con i vari “portatori di interessi” (stakeholder engagement, nel gergo della responsabilità sociale).

Tutto bene fino a qualche mese fa, scrive l’avvocato Laura W. Murphy, quando diverse decisioni «dolorose» della società si sono rivelate «passi indietro, in quanto scelte non coerenti con i valori professati».

L’audit sposa la linea delle proteste pubbliche di molti utenti, cittadini e dipendenti per l’eccessiva libertà di espressione concessa a utenti Facebook anche quando diffondono odio sociale o notizie non verificate che possono impattare sulle elezioni.

Niente di nuovo in realtà: da anni, Zuckerberg si dice contrario a ogni “censura” privilegiando la “notiziabilità” dei post su Facebook rispetto alla veridicità o al risvolto etico delle affermazioni.Però di recente ha creato consistenti danni sociali, d’immagine ed economici la mancata presa di posizione del social media sui messaggi del presidente Donald Trump in merito alle prossime elezioni e alle proteste sociali conseguenti all’uccisione di George Floyd da parte della polizia. La campagna Stop hate for profit creata da alcune organizzazioni attiviste ha portato al boicottaggio pubblicitario di molti grandi inserzionisti (da Coca Cola a Unilever), con ripercussioni sul fatturato.

Il codice etico di Facebook, avverte l’audit, è stato applicato in modo discontinuo, privilegiando più la libertà di espressione degli uomini politici che quella degli altri utenti più “deboli”. Il percorso di Facebook verso veri e concreti progressi è solo cominciato, quindi, segnala il documento. La società ne è consapevole e ha ripreso il dialogo con le organizzazioni del movimento Stop hate for profit (ma le associazioni si sono dichiarate insoddisfatte), annunciando una serie di misure, fra cui l’assunzione di un vicepresidente per i diritti civili ed etichette di segnalazione sui post politici controversi.

Progressi e filantropia

L’audit riconosce però alcuni progressi fatti dalla società e loda l’annuncio di voler riservare 100 milioni di dollari ogni anno per forniture da aziende guidate da imprenditori neri, nell’ambito di una strategia da un miliardo di dollari entro il 2021 riservato a fornitori campioni della diversity (esponenti di minoranze, neri, donne, comunità Lgbtq, disabili, veterani). Bene anche gli investimenti in intelligenza artificiale, per rafforzare i controlli su contenuti e utenti, e le promesse di nuovi strumenti per evitare interferenze sulle elezioni presidenziali di novembre.

Capitolo a parte per la filantropia, che, al netto di alcune iniziative societarie, è delegata all’iniziativa di famiglia. La Chan Zuckerberg Initiative (Czi), creata nel 2015 per la nascita della primogenita del fondatore e della moglie Priscilla Chan, è attiva nella responsabilità sociale a favore della formazione dei giovani, della giustizia sociale, delle opportunità di progresso per le comunità e della scienza.

La società a responsabilità limitata - impresa for profit, non una charity - eroga fondi ingenti per progetti di ricerca o sociali. La dotazione miliardaria è alimentata continuamente dai promotori, attraverso la vendita di azioni di Facebook: l’obiettivo, esplicitato con l’adesione al Giving pledge lanciato da Bill Gates, è di devolvere nel corso della loro vita fino al 99% del loro pacchetto azionario (pari a 45 miliardi di dollari al momento dell'annuncio) per «fare del mondo un posto migliore per tutti i bambini».

Di rilievo il lancio del Biohub per la ricerca medica, con le università di Stanford, Berkeley e Ucsf, e l’attribuzione di tre miliardi per progetti innovativi che aiutino a «eradicare tutte le malattie entro il 2100».

Tutte queste iniziative testimoniano l’interesse di Zuckerberg per la sostenibilità sociale, ma anche il desiderio di tenere ben distinte le attività della Czi, a sfondo etico, da quelle di Facebook, focalizzate sul business e sul climate change come principale nemico da combattere.

Riproduzione riservata ©
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    Laura La Postacapo redattrice

    Luogo: New York

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: sviluppo sostenibile ed economia internazionale

    Premi: Premio Anima, Premio Areté, Tecnovisionarie 2017

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