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Facebook: niente fact-checking ai post dei politici

In tempi di discorsi sul Russiagate e sull’avanzare impetuoso delle fake news, quella di Facebook è indubbiamente una mossa controcorrente. E destinata a far discutere, anche perché arriva a un anno dalle elezioni americane

di Andrea Biondi


Onorevoli fake news: quando le bufale scendono in politica

3' di lettura

In tempi di discorsi sul Russiagate e sull’avanzare impetuoso delle fake news, quella di Facebook è indubbiamente una mossa controcorrente. E destinata a far discutere, anche perché arriva a un anno dalle elezioni americane. In questo quadro Facebook ha fatto sapere che non farà il fact-checking ai post dei politici. Possono essere di «interesse pubblico» e per questo rimarranno fuori dall’attività di controllo dei fatti.

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Ad annunciare la decisione, parlando all’Atlantic Festival di Washington, è Nick Clegg, ex vice premier britannico ora a capo della comunicazione globale della società. Quella di Facebook va a porti dunque sulla falsariga di quanto già deciso da Youtube e Twitter.

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«Facciamo affidamento su correttori di fatti di terze parti per aiutare a ridurre la diffusione di notizie false e altri tipi di disinformazione virale, come meme o foto e video manipolati. Non crediamo, tuttavia, che per noi sia un ruolo appropriato arbitrare i dibattiti politici e impedire che il discorso di un politico raggiunga il suo pubblico e sia soggetto a dibattito pubblico e controllo. Ecco perché Facebook esonererà i politici dal nostro programma di fact-checking».

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Parole, quelle di Clegg, che arrivano all’interno di un discorso in cui il capo della comunicazione del gigante di Menlo Park stigmatizza «il discorso che si sta sviluppando attorno a Facebook negli Usa». Quando si parla del social creato da Mark Zuckergberg, rivendica Clegg, si parla di «una società che ha creato 40mila posti di lavoro negli Stati Uniti negli ultimi due anni, ne creerà altri 40mila nei prossimi anni e contribuirà con decine di miliardi di dollari all’economia. E programmando investimenti per più di 250 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni».

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Ora, aggiunge Clegg «non è un segreto che Facebook abbia commesso errori nel 2016 e che la Russia abbia cercato di utilizzare Facebook per interferire con le elezioni diffondendo divisione e disinformazione. Ma abbiamo imparato le lezioni del 2016. Facebook in tre anni ha creato meccanismi difensivi per evitare che ciò accada di nuovo».

Clegg ha citato il taglio degli account falsi, le 30mila persone reclutate come verificatori indipendenti di contenuto, e l’investimento in sistemi di intelligenza artificiale per abbattere i contenuti dannosi. «E stiamo vedendo risultati. L'anno scorso, un rapporto di Stanford ha rilevato che le interazioni con notizie false su Facebook sono diminuite di due terzi dal 2016».

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Il fatto però è che non ci sarà fact-checking sui discorsi dei politici. Sarà fatta una eccezione per quei post «che possono causare violenza e danni nel mondo reale», quelli a pagamento, cioè gli annunci, e quelli già identificati come falsi, a cui la piattaforma aggiungerà un rimando alla
verifica dei fact-checkers.

E così toccherà agli utenti essere giudici dell’operato del politici facendo, loro, il fact-checking. Il pericolo, spiega Facebook, è di rendere la piattaforma arbitro del dibattito politico. Per ora resta quindi una cassa di risonanza. Resta la domanda: se non si applica il fact-checking ai proclami dei politici, a cosa val la pena applicarlo?

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