il retroscena

Falchi, Borsa e impeachment: così Trump ha deciso il raid per uccidere Soleimani

Dietro la decisione l'ala dura del Pentagono, considerazioni economiche e politiche. I repubblicani sostengono il presidente, per i dem Warren e Sanders è «un assassinio»

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam

Soleimani, a Gaza bruciata la bandiera americana

Dietro la decisione l'ala dura del Pentagono, considerazioni economiche e politiche. I repubblicani sostengono il presidente, per i dem Warren e Sanders è «un assassinio»


4' di lettura

NEW YORK - «Ho ordinato l'attacco con il drone per fermare una guerra, non per cominciarne una. Il mondo è un posto più sicuro dopo l'uccisione di Qasem Soleimani». Donald Trump dalla sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, ha spiegato con poche parole il blitz che giovedì notte ha portato all'eliminazione del leader militare iraniano. L'uomo dietro a tutte le operazioni anti-americane in Iran, Iraq, Libano, Siria e a Gaza negli ultimi venti anni. Soleimani è arrivato all'aeroporto di Baghdad con un volo proveniente da Damasco. Secondo gli americani preparava un colpo di stato in Iraq.

La decisione di Trump
Il presidente Usaha trascorso le due settimane di vacanze in Florida con continue riunioni per la crisi con Teheran, le suites del resort trasformate in situation rooms. Giovedì alle 17, poche ore prima dell'attacco, ha partecipato a un meeting con il consigliere di Sicurezza nazionale Robert O'Brien, il ministro della Difesa Mark Esper, il direttore della Cia Gina Haspel, Mick Mulvaney capo a interim dello staff della Casa Bianca e del consigliere legale Eric Ueland. Trump, hanno raccontato fonti vicine al presidente, era molto arrabbiato per l'attacco all'ambasciata americana. I suoi più stretti collaboratori gli hanno illustrato le opzioni possibili, inclusi attacchi contro le navi iraniane, le basi con i missili o i miliziani in Iraq. Poi alla sera è arrivata la decisione, mangiando polpettone e gelato vicino al campo da golf.

Istinto d’attacco
Trump ha scelto di osare a eliminare un personaggio che né Bush e né Obama prima di lui si erano sentiti di toccare per timore delle conseguenze in Medio Oriente. Nonostante la prudenza espressa dai suoi più stretti collaboratori ha seguito il suo istinto, hanno raccontato fonti a lui vicine, lo stesso istinto d'attacco che ha seguito durante i momenti più delicati dei negoziati commerciali con la Cina.

Il punto di non ritorno è stato l'attacco all'ambasciata americana a Baghdad l'ultimo dell'anno: migliaia di manifestanti pro iraniani hanno assaltato la sede diplomatica costruita dopo l'occupazione del 2003 e costata 750 milioni di dollari, una delle più estese e fortificate, simbolo della potenza americana.

Lo spettro dei precedenti
I precedenti Il fantasma di Bengasi, l'assalto al consolato americano in Libia nell'ottobre 2012 nel quale furono uccisi l'ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani, ha agitato le festività del “commander in chief”. Il senatore repubblicano della Sud Carolina Lindsey O. Graham, amico del presidente, lo ha incontrato e ai giornalisti ha raccontato che “Trump non voleva avere un'altra Bengasi”. Il presidente ha accusato direttamente l'Iran dell'attacco e scritto in un tweet: “Pagheranno un prezzo molto alto! Questo non è un avvertimento ma una minaccia”. Ai cronisti il senatore Graham ha raccontato che a inizio settimana il presidente gli aveva parlato della possibilità del blitz. È stato di parola.

Come Ronald Reagan che nel 1986 ordinò un bombardamento in Libia, Trump ha mostrato i muscoli della potenza militare come deterrente contro gli attacchi contro gli americani. In questa sua decisione hanno pesato tre aspetti. Il primo: ha prevalso l'ala dura del Pentagono, dei falchi dell'amministrazione, pro-Israele, la stessa che lo ha spinto a decisioni controverse come lo spostamento dell'ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità di Israele sulle Alture del Golan dopo 52 anni di occupazione, l'iscrizione delle Guardie della Rivoluzione tra le organizzazioni terroristiche. Secondo il Dipartimento di Stato almeno 608 soldati americani sono stati uccisi in Iraq in seguito ad attentati stradali con le bombe fornite dai Pasdaran.

Il report su Soleimani
Domenica scorsa, prima del raid aereo degli F-15 americani contro le basi dei miliziani in Iraq e Siria Trump aveva incontrato in un altro meeting a Mar-a-Lago il segretario di stato Mike Pompeo, Mark Esper e il generale Mark A. Milley che comanda le operazioni del Pentagono. Il generale Milley ieri ai giornalisti ha raccontato che Soleimani è stato ucciso dopo che i dati forniti dall'intelligence hanno mostrato le “dimensioni e la portata” di ciò che stava pianificando. Report che li ha portati a concludere che c'era un rischio maggiore nel non agire che nell'agire.

Verso le presidenziali Usa
Il secondo motivo che ha influito sulla decisione di Trump, di natura elettorale, è legato all'economia e alla Borsa salite nei prime tre anni della sua presidenza sui massimi. Il presidente sa che nell'anno delle elezioni statisticamente l'economica rallenta perché il governo si ferma e le aziende ritardano le decisioni di investimento. I temporali attesi sui mercati non lo spaventano: ha un buona giustificazione.

L'ultimo motivo riguarda l'inchiesta sull'impeachment con il voto pendente al Senato. I due presidenti che prima di lui sono stati sottoposti a impeachment, Bill Clinton e Richard Nixon intrapresero decisioni audaci di politica estera per sviare l'attenzione dell'opinione pubblica. Clinton avviò le campagne in Kosovo, bombardò Sudan e Iraq, Nixon lavorò al ritiro in Vietnam e alle aperture con la Cina. Con la tensione Usa-Iran alle stelle il processo di impeachment è destinato a passare in secondo piano. Il leader del Senato Mitch McConnell ha già annunciato che la prossima settimana farà slittare l'avvio del processo: l'aula sarà occupata a discutere della crisi iraniana.

Le divisioni tra i democratici
Trump ieri su Twitter ha ringraziato i repubblicani che compatti sostengono la sua decisione. Divisi i democratici. Elizabeth Warren e Bernie Sanders hanno definito il blitz Usa “un assassinio”. Più moderati i candidati John Biden, Pete Buttigieg e Amy Klobuchar che criticano il fatto che il Congresso non sia stato informato preventivamente. Le divisioni dem diventano terreno di campagna elettorale. Mike Bloomberg, salito al terzo posto nei sondaggi, ha condannato le parole di Sanders e Warren: “Sono parole oltraggiose, la mani del generale Soleimani erano sporche del sangue di migliaia di americani”.

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