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Falchi, colombe e ciò che sta in mezzo. Le strade accidentate della cooperazione sociale

Gli studi antropologici si uniscono oggi a quelli matematici nell'analisi di quelle strutture di interazione, dei network, e delle strategie comportamentali che favoriscono l'emersione di esiti cooperativi tra gruppi sociali

di Vittorio Pelligra


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6' di lettura

«Noi dipendiamo tutti uno dall'altro, ognuno di noi sulla Terra». Scrive così George Bernard Shaw nel quarto atto del “Pigmalione”. L’interdipendenza è la caratteristica che definisce la vita delle nostre società e non da oggi. La nostra storia evolutiva, da quando ancora non potevamo neanche definirci “homo”, è stata plasmata dalle logiche e dalle dinamiche dell’interdipendenza. Sappiamo che competizione e cooperazione sono le forze che determinano i nostri obiettivi e orientano le nostre scelte.

Competizione e cooperazione sono modalità di incontro distinte e al tempo stesso unite in modi misteriosi e affascinanti. Balzi importanti si sono avuti, dal punto di vista dell'evoluzione culturale, quando siamo riusciti a trasformare ambiti conflittuali e competitivi in occasioni di cooperazione.

Thomas Hobbes racconta uno di questi passaggi quando immagina, nel Leviatano, la nascita del Potere Sovrano: la guerra di tutti contro tutti è condizione naturale e la nostra vita è per questo “solitaria, povera, selvaggia, brutale e corta”. Ma l’uomo è nella sua essenza “metus et spes”, paura e speranza, ma soprattutto speranza e, da una scintilla di razionalità, riesce a far scaturire l'idea risolutiva, il Leviatano, appunto, cui concede autorità e potere tali da costringere gli uomini, anche contro la loro volontà, al passaggio dalla modalità conflittuale dello stato di natura a quella cooperativa dello stato di diritto.

È necessario l'intervento di un soggetto terzo, esterno, nell'antropologia negativa di Hobbes, per indurre gli esseri umani a cooperare tra loro e a mettersi nelle condizioni di godere dei benefici che da tale cooperazione possono derivare: «L’industria, la cultura sulla terra, la navigazione, tutti i beni che possono essere importati via mare, edifici, strumenti per muovere e rimuovere le cose, la conoscenza della superficie della terra, le esplorazioni, strumenti per dar conto del passare del tempo, arti, letteratura (…), la società».

Nella realtà, oltre il mito fondativo hobbesiano, sappiamo che le diverse società hanno escogitato una miriade di soluzioni al problema della cooperazione. Il mutuo vantaggio non sempre emerge, come pensava Adam Smith, dall’azione provvidenziale della mano invisibile del mercato, è per questo che nascono norme sociali, tabù, tradizioni, credenze religiose, regole scritte e non scritte che spingono soggetti tendenzialmente auto-interessati verso comportamenti cooperativi. Nascono così spinte all'autosacrificio e, molto più spesso, alla rinuncia all'opportunismo, alla prevaricazione e allo sfruttamento dell'altro.

La nostra storia culturale è piena di esempi di questo tipo, di “tecnologie istituzionali” nate per mettere insieme individui e trasformarli in persone capaci di riconoscere l'alterità e i suoi benefici. È il caso, per esempio, delle norme che in molte società di cacciatori-raccoglitori prevedono il “trasferimento della proprietà”.

Quando gli uomini adulti Ju/'Hoansi, una popolazione nomade che abita il deserto del Kalahari, tra Namibia e Botswana, vanno a caccia, lo fanno prendendo in prestito le punte di freccia da altri. Nella loro cultura, è la proprietà della freccia che determina la proprietà sulla preda cacciata e non l'azione del cacciatore. In questo modo i proprietari delle frecce riceveranno le prede dai cacciatori e saranno in grado di distribuirne la carne secondo regole di equità e di giustizia, proteggendo tale distribuzione da distorsioni legate alle pretese dei singoli cacciatori.

Il trasferimento di proprietà rende, per i cacciatori, psicologicamente meno costoso separarsi dal frutto del loro lavoro e facilita, così, una condivisione efficiente delle preziose risorse alimentari tra tutti i membri della società.
Gli studi antropologici si uniscono oggi a quelli matematici nell'analisi di quelle strutture di interazione, dei network, e delle strategie comportamentali che favoriscono l'emersione di esiti cooperativi tra gruppi sociali. Uno dei paradigmi più usati, in questo ambito, fa riferimento alla cosiddetta teoria dei giochi evolutivi che studia, da un punto di vista formale, il successo di certi comportamenti e le condizioni necessarie perché questi si diffondano diventando regole comuni. Uno dei casi più semplici studiati da questa teoria è il cosiddetto “gioco del falco-colomba”. Immaginiamo una popolazione fatta esclusivamente di falchi e di colombe, in qualche proporzione data, che interagiscono tra di loro per l'accaparramento di risorse alimentari. I falchi, quando incontrano una colomba, combattono e hanno il sopravvento; le colombe, quando incontrano altre colombe, condividono pacificamente il cibo; quando, invece, un falco incontra un altro falco, allora questi combattono tra loro, sprecando risorse e uscendone malconci. Essere falco o colomba equivale ad assumere comportamenti conflittuali o cooperativi. Studiare come evolve la popolazione dei falchi e delle colombe, significa capire come e quanto si diffonderanno, nei vari gruppi sociali, regole e norme conflittuali o cooperative.

In quest'esempio gli esiti possibili sono solo tre: le colombe si estinguono lasciando campo libero ai falchi; le colombe hanno la meglio a causa dell'estinzione dei falchi; oppure falchi e colombe imparano a coesistere in una qualche proporzione.

I primi due casi rappresentano situazioni instabili; significa che se una popolazione è composta totalmente da una specie, può essere facilmente invasa dall'altra, siano essi falchi o colombe.

L'unico equilibrio stabile è quello nel quale una certa quota di falchi coabita con una certa quota di colombe. Ma in quale proporzione? Questa è la domanda fondamentale, perché la risposta a questa domanda ci dice quale sarà il livello di conflittualità di una certa società.

La risposta dipende da due fattori: da una parte le risorse in gioco e dall'altra la capacità delle colombe di riconoscere le altre colombe.

Se infatti diventa possibile scegliere con chi interagire più frequentemente – privilegiare le altre colombe ed evitare per quanto possibile i falchi - allora le colombe si diffonderanno velocemente anche in un mondo popolato prevalentemente da falchi.

Ma cosa vuol dire, nel concreto, riconoscere le colombe? Vuol dire premiare le scelte cooperative degli altri. Smettere di punire esclusivamente i falchi e creare alleanze di colombe. Invertire la tendenza attuale che punisce chi aiuta gli altri, chi produce beni pubblici, chi protegge beni comuni, il terzo settore, per esempio, il mondo del volontariato o chiunque abbia un orizzonte valoriale più largo del puro egoismo individuale, regionale, nazionale.

Perché gruppi di cooperatori sopravanzano chi predilige il conflitto. Sappiamo che questi non spariranno mai, le popolazioni uniformi sono instabili – l'abbiamo visto prima – ma, quanto meno, saranno ridotti a minoranze socialmente meno dannose.

Se c'è un messaggio che la teoria dei giochi ci consegna, in questo senso, è quello della potenza delle “scelte assortative”, del potere che deriva dalla creazione di network e alleanze di cooperatori. E, a proposito di network, c'è un altro aspetto della questione che vale la pena approfondire, anche se solo brevemente.

Un'analisi realistica delle nostre relazioni di interdipendenza non può prescindere dalla dimensione spaziale. I nostri incontri, le interazioni, infatti, non avvengono nel vuoto, ma sono determinate, in qualche modo, dalla prossimità. Incontro più frequentemente il mio vicino di casa o il mio collega di lavoro che non l'amico d'infanzia che vive in un'altra città.

Noi interagiamo all'interno di reti di relazioni che hanno una certa configurazione nello spazio. Queste reti, che determinano le nostre scelte e la loro efficacia, non sono date una volta per tutte, ma sono, piuttosto, in continua evoluzione. Possiamo, cioè, in qualche misura, scegliere chi metterci a fianco, coloro con i quali avere a che fare più frequentemente.

In questo senso il messaggio che viene dall'analisi dei network è simile a quello del “gioco falco-colomba”: se siete colomba scegliete di avere a che fare con le colombe; ma tale prospettiva ci suggerisce un passo in più: mentre nel “gioco falco-colomba” non si può non interagire, o con un falco o con una colomba, l'analisi dei network prende in considerazione anche una terza strategia che è quella che prevede la creazione di nuovi legami o l'eliminazione di quelli vecchi. In un network, in qualche misura, si può sempre scegliere se cooperare, se comportarti in maniera conflittuale, ma anche di interrompere le relazioni con quel dato soggetto o di crearne di nuove.

Come quando sui social banniamo o chiediamo l'amicizia a qualcuno. L'introduzione di questa terza possibilità, facilita ulteriormente la creazione endogena di network cooperativi, perché crea nuovi incentivi, aumentando i costi per i soggetti conflittuali e, al tempo stesso, i benefici per i cooperatori (Rand, D., Arbesman, S., Christakis, N. “Dynamic social networks promote cooperation in experiments with humans”, PNAS, 2011, 108, pp. 19193-19198).
Spesso combattere con in mulini a vento, nonostante i meravigliosi riferimenti letterari, non è una politica saggia. Come falco contro falco, si rischia solo di dissipare risorse. Meglio cambiare bersaglio, allearsi coi cooperatori e rifuggire gli opportunisti.
Valorizzare i valori altrui, essere selettivi nelle interazioni, creare alleanze e network cooperativi di mutuo vantaggio. Questo sono solo alcune delle strategie di sviluppo sociale che la teoria dei giochi evolutivi e l'analisi dei network ci suggeriscono. Le implicazioni e le applicazioni pratiche sono naturalmente innumerevoli e riguardano molti ambiti diversi della vita delle nostre comunità e delle nostre istituzioni. Fidarsi di medici e insegnanti, leggere giornali autorevoli, non diffidare degli esperti, essere umili e aperti al dubbio, non votare politici condannati, scegliere amministratori competenti, amici veri e compagni fedeli, avviare processi e non occupare spazi. Cose che hanno a che fare, in ultima analisi, con le condizioni necessarie per ottenere risultati collettivamente migliori e in maniera più efficace. E ognuno di noi, su grande o piccola scala, può fare la sua parte essenziale. Io ho scritto questo articolo e da qualche tempo ho anche smesso di seguire alcuni squadristi digitali sui social. Certo non risolve, ma sicuramente aiuta.

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