I temi dello sviluppo

Falck: «La sostenibilità è anche gestire i rischi»

Il neopresidente di Sodalitas racconta come conciliare salute e lavoro grazie a smart working e digitalizzazione. E per l'emergenza Covid propone ipotesi di deroghe ad aziende con densità idonea di persone e percorsi sicuri

di Alessia Maccaferri

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Enrico Falck, è presidente di Falck Renewables e di Fondazione Sodalitas

Il neopresidente di Sodalitas racconta come conciliare salute e lavoro grazie a smart working e digitalizzazione. E per l'emergenza Covid propone ipotesi di deroghe ad aziende con densità idonea di persone e percorsi sicuri


4' di lettura

Quando nel 2004 varcò l’ingresso della sede di Sesto San Giovanni, la transizione ecologica dell’azienda, iniziata negli anni 90, era già compiuta. Ma le tracce del passaggio dalla siderurgia, simbolo dell’industria pesante per eccellenza, alle energie rinnovabili restano nelle parole di Enrico Falck, 44 anni, neopresidente di Sodalitas, fondazione che promuove la responsabilità sociale di impresa insieme a stakeholder come istituzioni, terzo settore, scuola, università. L’imprenditore è presidente di Falck Renewables, attiva nell’eolico, nel solare e nelle biomasse generando ricavi per 374,5 milioni di euro.

Che ricordo ha lei di quel periodo?
«Per la mia famiglia è stato un passaggio traumatico che ha portato anche divisioni. E infine la morte di mio padre per infarto a 66 anni (Alberto Falck, ndr). Ma per l’azienda non è stato uno stacco repentino. Sin dagli anni ’30, avevamo centrali idroelettriche al servizio degli impianti produttivi. Poi con la Sondel ci siamo concentrati sul termo-elettrico che era il procedimento più pulito all’epoca. Infine, le rinnovabili. Questi passaggi sono andati di pari passo alla consapevolezza che sarebbe stato indispensabile diversificare perché tutti i cicli industriali rischiano di finire. Un percorso graduale con un approccio di sostenibilità sostanziale, quella che ha uno sguardo di lungo periodo, che sa adattarsi ai tempi che cambiano».

Oggi l’emergenza Covid-19, pone nuove questioni. Come si concilia nei fatti sicurezza e lavoro? E la sua azienda come si è comportata?
«Noi già da prima del decreto abbiamo messo la gran parte dei dipendenti in smart working. E credo che il lavoro agile sia un modello di lavoro sostenibile perché permette flessibilità e quindi maggior tempo da dedicare alla famiglia, minori spostamenti con minore sfruttamento delle risorse e minore emissione di Co2. Inoltre è provato che un ambiente di lavoro flessibile e meno stressante aumenta notevolmente la produttività. È indispensabile investire sulla digitalizzazione come fattore di mitigazione del rischio per far fronte a situazioni di emergenza che mettano a rischio la produzione siano esse pandemie, terremoti o altro».

Ma come si può fare nel manifatturiero?
«Bisogna investire sull’automatizzazione della catena produttiva e sul software integrato così da non interrompere la produzione. Poi visto che dovremo convivere a lungo con questo virus, sarebbe utile ragionare sui meccanismi che limitino il rischio di altri lockdown totali: ad esempio concedere una deroga a quelle aziende in grado di garantire, di accordo coi sindacati, una densità di personale in funzione degli spazi produttivi e percorsi di sicurezza in modo da rispettare la distanza di 2 o 3 metri. Ovviamente sotto il controllo di autorità come Prefettura e Asl. Questo significa ragionare in termini di sostenibilità: trovare soluzioni flessibili che possano essere applicate in vari scenari».

Crede che questa situazione porti le aziende a essere più convinte sul terreno della sostenibilità o piuttosto proprio ora l’abbandonino per recuperare a breve la produttività persa ?
«Lo shock causato dalla pandemia farà emergere quanto il tema della sostenibilità sia strategico e distintivo. Le aziende associate a Sodalitas hanno la sostenibilità nel Dna e in generale molte grandi imprese, operando su scenari complessi, hanno adottato la sostenibilità quale modello gestionale. Vanno invece sostenute le Pmi, che operano attraverso assetti industriali meno complessi e per questo motivo più a rischio avendo meno possibilità di diversificazione».

E quindi?
«Per queste società è importante dimostrare che la sostenibilità non è solo un tema di comunicazione, che sarebbe una semplificazione inutile, o un tema di modello gestionale, che se mutuato dalle grandi aziende risulterebbe una complicazione altrettanto inutile. Sarà necessario lavorare su modelli gestionali flessibili ed efficaci, in poche parole rendere la sostenibilità sostenibile! Un primo passo potrebbe essere una maggior diffusione dei modelli di gestione dei rischi, anticamera del pensiero sostenibile a medio-lungo termine».

Quali saranno le frontiere della sostenibilità nei prossimi anni?
«Spero che si affermi una visione di sostenibilità integrata, un equilibrio in cui vengano remunerati tutti gli stakeholder, i prestatori di capitale, sia di natura economica che non. Le aziende non funzionano solo grazie al capitale economico, ma anche quello umano e produttivo, per citare i capitali tangibili, e i capitali ambientale, intellettuale e relazionale, per citare quelli intangibili. Pertanto le imprese dovranno generare sempre più valore condiviso con gli stakeholder fornitori delle varie tipologie di capitale e per la comunità nei suoi vari aspetti: ambiente, occupabilità, tutela dei diritti e sviluppo dell’innovazione volta a migliorare la qualità della vita. E così per esempio i manager andranno remunerati non solo sulla base delle performance economiche».

Sotto la sua guida Sodalitas su cosa punterà?
«Il primo target sono le imprese: con l’europea Ceo call to action abbiamo coinvolto oltre 70 ceo italiani, e creeremo un osservatorio di buone pratiche. Poi con la Call for future ci rivolgeremo ai giovani e alle scuole per rendere visibili gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Per i lavoratori: vogliamo rilanciare la Carta delle pari opportunità e dell’uguaglianza sul lavoro. Infine i territori, con il premio Cresco Award, in collaborazione con Anci».

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