Mafia

Falcone-Borsellino, la scatola nera delle stragi del ’92 in un hangar della polizia

di Nino Amadore


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4' di lettura

C'è una “scatola nera” delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio che finora non è stata analizzata compiutamente e che potrebbe dare un contributo importante per comprendere che cosa è accaduto in quei 57 giorni che separano la strage in cui morì Giovanni Falcone il 23 maggio da quella in cui invece venne fatto saltare in aria Paolo Borsellino il 19 luglio. Quella scatola nera è il “master delle intercettazioni e tutti gli atti del gruppo investigativo Falcone e Borsellino” a quel tempo guidato dal capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, oggi defunto ma accusato di aver messo in piedi un vero e proprio depistaggio nelle indagini sulla strage di Via D’Amelio grazie anche, ma non solo, al finto pentimento di Vincenzo Scarantino.

Il suggerimento alla commissione Antimafia

Quella scatola nera va recuperata e messa a disposizione di tutti. Un suggerimento dato alla commissione Antimafia della scorsa legislatura da Gianfranco Donadio, magistrato che per anni alla Direzione nazionale antimafia si è occupato della vicenda delle stragi nel nostro Paese: quelle del ’92 ma anche le stragi nel continente del 1993. E così Donadio, quasi sul finire di una lunga audizione in Antimafia nel novembre del 2017, dà alla presidente Rosy Bindi un suggerimento: «Signora presidente - dice il magistrato -, per una memoria, è da acquisire il master delle intercettazioni e tutti gli atti del gruppo investigativo Falcone e Borsellino. Sono tante carte, ma le metodologie di scansione oggi ci consentono di affrontare anche estese elaborazioni. Quelle carte sono la vera scatola nera delle indagini su Falcone e Borsellino. Si trovano in un hangar della polizia. Io credo che le carte dei processi di stragi consentano di conservare la memoria di questa storia del Paese. Io sono rimasto molto male quando ho scoperto che, tra le carte che cercavamo, c’erano dei vuoti». Insomma, sembra voler dire il magistrato, quelle carte vanno acquisite al più presto prima che sia troppo tardi.

Le carte restano nel deposito della polizia

Documenti che, a quanto ci risulta, potrebbero essere ancora depositate nell’hangar della polizia di cui ha parlato Donadio: la richiesta per acquisirle non è stata fatta dalla presidente Bindi ma è facile immaginare che venga fatta il prima possibile (insieme ad altre carte che riguardano anche altri misteri del nostro Paese) dall’attuale presidente della commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra nell’ambito della politica di chiarezza e trasparenza inaugurata con la discovery di tutti gli atti a disposizione della commissione che ora possono essere consultati con un semplice motore di ricerca. Carte importanti, quelle cui si riferisce Donadio, solo in parte finite nei numerosi processi celebrati in questi anni, perché frutto di un lavoro certosino fatto da Gioacchino Genchi, oggi avvocato, ma in quel momento dirigente della polizia di Stato a Palermo e nel gruppo Falcone-Borsellino.

Genchi venne fermato, cosa resta da scoprire 

Genchi in quegli anni era direttore della zona telecomunicazioni del ministero dell’Interno per la Sicilia occidentale e dirigente del nucleo anticrimine sempre per la Sicilia occidentale. Ma soprattutto Genchi era ed è un superesperto di informatica e intercettazioni ed è lui che crea l’architrave dei controlli operativi sui telefoni nell’immediatezza delle stragi, controllando le utenze delle vittime ma soprattutto dei boss: una vera e propria rete calata su Palermo. Peccato che quel lavoro non sia stato completato: Genchi viene fermato e lascia il gruppo guidato da La Barbera. Quel materiale raccolto in quei drammatici mesi, sistematizzato e organizzato potrebbe cominciare a “parlare” raccontandoci pezzi di verità fin qui rimaste nascoste e che rischiano di cadere nell’oblio. Già nel dicembre 1992 Genchi, analizzando i dati di traffico dei giorni delle stragi , aveva proceduto all’identificazione di Gaspare Spatuzza, individuando pure il numero del cellulare di cui si era servito per contattare i suoi complici. Genchi si era riservato di eseguire su quella e su altre utenze ulteriori accertamenti, che non sono stati più proseguiti dopo la sua fuoriuscita dal gruppo nel maggio 1993. Insomma la responsabilità di Spatuzza era già stata individuata ma era più utile o più comodo a qualcuno far cadere la responsabilità su Scarantino con una sceneggiata smentita dai processi. 

E non è ancora finita. Ci si chiede dunque oggi cosa potrebbe venir fuori riprendendo in mano i 136mila record raccolti con le intercettazioni nel dopo stragi oppure rileggendo tutti i fascicoli e i rapporti del Gruppo Falcone Borsellino. «Bisogna evitare che continuino a formarsi altri vuoti - ha detto Donadio alla presidente Bindi in quell’audizione -: uno dei pochi soggetti istituzionali che può salvare la memoria di queste vicende è la commissione parlamentare Antimafia. Non vedo alternative».

Il presidente dell’Antimafia Morra: «Lavoriamo per fare chiarezza»

In questa direzione va il lavoro avviato dall’attuale commissione Antimafia: «Da un punto di vista storiografico - dice il presidente Morra - io ho fatto in modo che tutto ciò che era in archivio potesse essere disponibile nell’ottica della democratizzazione dell’informazione e della conoscenza. Sappiamo però che tantissimo è conservato presso altre istituzioni, per esempio le procure, e possiamo dire che la mancata pubblicità del materiale disponibile potrebbe essere lesiva del diritto del cittadino a sapere per esempio in riferimento alla strage di Via D’Amelio ma anche ad altre vicende. Con un approccio dinamico la commissione potrebbe acquisire nel tempo il materiale, così da diventare una sorta di caveau delle informazioni che riguardano le mafie e i misteri nel nostro Paese. Ci sono atti che singolarmente forse non hanno alcun significato ma che, una volta informatizzati e sistematizzati, ci possono dire parecchio».

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