CORTE DI GIUSTIZIA UE

Fallimento, stop al «forum shopping» se lo scopo dela clausola è un vantaggio indebito

dalla Redazione

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(REUTERS)

5' di lettura

Quando, a seguito di unfallimento, le pretese dei creditori risultino precluse porprio a causa della scelta contrattuale di scegliere un foro nazionale, l'abuso del diritto sussiste laddove risulti che lo scopo essenziale delle operazioni è il conseguimento di un vantaggio indebito. Questo il senso della sentenza nella causa pregiudiziale C-54/16, Vinyls Italia (IT), pronunciata oggi dalla Corte di Giustizia Ue.

Il testo della sentenza

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La vicenda, illustrata nel comunicato della Corte, nasce da un’azione revocatoria promossa dal curatore fallimentare della Vinyls Italia S.p.A. – società con sede a Venezia, già operante nel settore chimico – davanti al Tribunale di Venezia, nell'interesse della massa dei creditori di tale società (dichiarata fallita dopo essere stata sottoposta ad amministrazione straordinaria), La domanda tendeva al recupero di quasi 450 mila euro pagati nel 2009 dalla Vinyls, quando già era insolvente, a favore della Mediterranea di Navigazione S.p.A. per il noleggio di una nave, in forza di un contratto di nolo marittimo, stipulato in più “tranches” nel corso dello stesso 2009.
La Mediterranea di Navigazione, tuttavia, si è opposta alla domanda di recupero della somma, eccependo la carenza di giurisdizione del giudice italiano a favore di quello britannico, atteso che nel contratto di noleggio le parti avevano pattuito l'applicabilità del diritto britannico.
Secondo il regolamento CE nº 1346/2000, relativo alle procedure d'insolvenza, la regola per cui le revocatorie sono di competenza del giudice dello Stato presso cui pende la procedura (il codiddetto “Stato di apertura”: nella specie, l'Italia) soffre di un'eccezione ai sensi dell'art. 13 del menzionato regolamento, se chi ha beneficiato di un atto pregiudizievole per la massa dei creditori, cioè il soggetto destinatario dell'azione revocatoria (in questo caso, la Mediterranea di Navigazione) prova che:
- l'atto pregiudizievole (nella specie, il pagamento dei 450 mila euro da parte di Vinyls), anziché alla legge dello Stato di apertura del fallimento (Italia), è soggetto alla legge di altro Stato (Regno Unito);
- la legge straniera non consente, «nella fattispecie» («in the relevant case»), di impugnare con alcun mezzo l'atto pregiudizievole.
Il diritto britannico non esclude, in generale, la possibilità di agire in revocatoria contro i pagamenti effettuati da una società insolvente, poi dichiarata fallita. Ma le condizioni previste dalla legge britannica per chiedere la restituzione di siffatti pagamenti sono diverse da quelle previste dalla legge italiana: infatti, il diritto britannico prevede che il curatore provi la volontà del debitore (nella specie, la Vinyls) di avvantaggiare il creditore destinatario del pagamento (la Mediterranea di Navigazione) rispetto agli altri creditori, mentre per il diritto italiano è sufficiente che il curatore provi la conoscenza, da parte del creditore (la Mediterranea di Navigazione), dello stato d'insolvenza del debitore (la Vinyls).
Il Tribunale di Venezia ha sollevato alla Corte UE una questione pregiudiziale vertente sull'interpretazione del menzionato articolo 13, temendo di avallare una pratica indebita di “forum shopping”, consistente nella scelta arbitraria e soggettiva del diritto applicabile e quindi del Foro, cioè del giudice (nella specie: diritto britannico e giudice britannico, anziché diritto italiano e giudice italiano), tanto più che, nel caso concreto, non solo il fallimento è stato aperto in Italia ma entrambe le società, parti del contratto di noleggio, hanno sede in Italia e la nave noleggiata batte bandiera italiana.
Con la sentenza odierna, la Corte ricorda, innanzitutto, che il citato art. 13 del regolamento sulle procedure d'insolvenza non prevede in che modo debba essere fornita la prova che svincola le parti dalla giurisdizione del giudice fallimentare e che, in mancanza nel diritto dell'Unione di un'armonizzazione di tali regole, spetta all'ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro stabilirle. Saranno quindi, le regole processuali nazionali vigenti davanti al giudice fallimentare (nella specie, davanti al giudice fallimentare italiano) a stabilire la forma e i termini interni al processo per far valere la competenza giurisdizionale del giudice di un altro Stato membro in relazione alla sola causa revocatoria (la quale “uscirebbe”, pertanto, dalla sfera di competenza del giudice fallimentare italiano), nonché la questione se il giudice adito possa rilevare autonomamente (e quindi senza un'apposita eccezione della parte interessata) la propria incompetenza a favore del giudice di altro Stato, purché dette regole processuali interne non siano meno favorevoli rispetto a quelle disciplinanti situazioni analoghe assoggettate al diritto interno (principio di equivalenza) e non rendano in pratica eccessivamente difficile l'esercizio dei diritti conferiti dal diritto dell'Unione (principio di effettività).
Invece, i termini per iniziare l'azione revocatoria e la prescrizione dell'azione revocatoria sono regolati dal diritto del giudice competente per tale revocatoria (nel caso di specie, occorrerà stabilire se si tratti del giudice italiano o di quello britannico): per questi aspetti, il regolamento sulle procedure d'insolvenza prevale (perché più specifico) sulle regole stabilite nel regolamento “Roma I” sulle obbligazioni contrattuali.
Inoltre, su come debba essere interpretata la prova del fatto che la legge straniera non consente, «nella fattispecie» («in the relevant case»), di impugnare con alcun mezzo l'atto pregiudizievole, la Corte esclude che si tratti della prova dell'inesistenza assoluta di qualsiasi mezzo di impugnazione (revocatoria): tale interpretazione, infatti, sarebbe eccessivamente restrittiva, tenuto conto del fatto che dei mezzi di impugnazione a tutela dei creditori dell'impresa fallita esistono, quantomeno in via astratta, praticamente sempre. Dunque, per poter derogare alla competenza del giudice fallimentare e “far confluire” una causa revocatoria nella competenza del giudice di un altro Stato, è sufficiente provare (oltre, beninteso, alla competenza di tale giudice), che, in base alla legge nazionale di quest'ultimo, non vi sono i presupposti concreti – diversi da quelli previsti dalla legge nazionale del giudice fallimentare – per accogliere una ipotetica revocatoria proposta dai creditori.
Quanto, infine, alla questione dei limiti al c.d. “forum shopping” previsti dal regolamento Roma I (secondo cui, se tutti gli elementi pertinenti della situazione di fatto sono riferiti allo Stato nel quale si è aperto il fallimento – come potrebbe essere nella specie – la scelta di un diritto straniero applicabile è inefficace e quindi la giurisdizione straniera va esclusa), la Corte rileva che detto regolamento si applica ai contratti conclusi dopo il 17 dicembre 2009, mentre il contratto di nolo oggetto della domanda di revocatoria è stato concluso l'11 marzo 2008. La Corte ne deduce che il regolamento Roma I non è applicabile nella specie. In ogni caso, il regolamento sulle procedure d'insolvenza costituisce, quanto ai contratti oggetto di revocatoria, una norma speciale rispetto al regolamento Roma I, sicché nel caso in esame andrebbe comunque applicato il regolamento sulle procedure d'insolvenza e non, invece, il Regolamento Roma I. Ora, il regolamento sulle procedure d'insolvenza, a differenza che Roma I, non contiene espressi limiti alla scelta contrattuale di una determinata giurisdizione nazionale. Pertanto, la prova della competenza di un giudice straniero (nella specie, britannico), diverso dal giudice fallimentare che procede (italiano), può essere data semplicemente producendo la clausola contrattuale che prevede, per le controversie originate dal contratto medesimo, la giurisdizione di un certo Stato (nella specie, il Regno Unito): e – si badi – la competenza del giudice straniero deve ritenersi provata persino quando la clausola di scelta di una giurisdizione ad hoc per il contratto appaia “artificiosa” (perché, come accade nel caso in esame, la sede delle parti e tutti gli altri elementi pertinenti alla situazione concreta sono invece riferibili al diverso Stato – l'Italia – in cui è aperta la procedura fallimentare). In tal caso – sottolinea la Corte – l'unico limite è dato dal divieto generale di pratiche abusive o fraudolente.
L'abuso del diritto sussiste laddove risulti che lo scopo essenziale delle operazioni è il conseguimento di un vantaggio indebito e, in particolare, laddove unico scopo della scelta della giurisdizione straniera sia quello di sottrarre il contratto all'applicazione della legge dello Stato in cui è stato aperto il fallimento. L'artificiosità della scelta è quindi soltanto un campanello d'allarme in tal senso.

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