L’inchiesta

Falso dossier Eni, il Riesame di Messina manda ai domiciliari il pm Giancarlo Longo

di Ivan Cimmarusti


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2' di lettura

Il pm di Siracusa Giancarlo Longo va ai domiciliari. La Procura della Repubblica di Messina gli contesta di aver concorso assieme all’avvocato Piero Amara, per aprire un fascicolo basato su false denunce con lo scopo di depistare le indagini della Procura di Milano su Eni-Algeria e Eni-Nigeria. La decisione della revoca del carcere è del Tribunale del Riesame di Messina, che ha valutato la vicenda per la quale Longo è accusato di associazione per delinquere, falso e corruzione in merito anche ad altri procedimenti penali che erano di interesse di Amara e dell’avvocato Giuseppe Colafiore.

Il falso dossieraggio Eni
La vicenda è riassunta nell’indagine di Messina ma anche della Procura di Milano, che il 6 febbraio ha disposto le perquisioni di una serie di soggetti tra i quali Massimo Mantovani, ex responsabile legale di Eni e dirigente della stessa società, accusato di essere la mente dei falsi dossier. Stando alle verifiche dei pm milanesi, Amara, l’imprenditore Alessandro Ferraro, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi e Mantovani avrebbero «concordato e posto in essere un vero e proprio depistaggio» per «intralciare lo svolgimento dei processi in corso a Milano contro Eni e i suoi dirigenti» e «per screditare i consiglieri indipendenti di Eni».

La consegna del dossier e l’inchiesta
Il dossier è stato consegnato al pm di Siracusa Longo, che secondo i pm di Messina «iscriveva e si auto-assegnava» il procedimento al fine di «precostituire e introdurre elementi indiziari idonei a sviare le indigini svolte nel procedimenti Eni-Nigeria ed Eni-Algeria». La denuncia giunge il 14 agosto 2015, a firma di Alessandro Ferraro. Tra le altre accuse, parla dell’esistenza di «una organizzazione criminale la cui mente era un tale, chiamato Gabriele Volpi, finalizzata a destabilizzare il management di alcuni gruppi imprenditoriali italiani, tra i quali l’Eni». Aggiungendo che «l’obiettivo del Volpi era quello di acquistare le quote dell’Eni all’interno di una compagine societaria di diritto nigeriano, avvalendosi dell’appoggio interno di due consiglieri del cda, tali Vergine e Zingales e di ordire un complotto ai danni di Claudio De Scalzi, all’epoca amministratore delegato dell’Eni Spa». Particolari confermati anche da Gaboardi. Tuttavia qualcosa non va per il verso giusto.

Le intercettazioni di Longo
Longo ne parla in una conversazione con altri soggetti. Afferma che a luglio 2015 alcuni articoli di stampa portano all’intervento del Copasir. Afferma di averne parlato con Paolo Giordano, procuratore capo di Siracusa. «A giugno - racconta Longo ai suoi interlocutori - sento altre persone “guarda Paolo (Giordano, ndr) sto sentendo le persone (in interrogatori, ndr)”. Arriva luglio...comincia gli articoli del Fatto Quotidiano...sparano un po' di cazzate così....chiama il Copasir». In questa fase, dice Longo, il procuratore Giordano sarebbe andato «un po' in panico» così avrebbe assegnato il fascicolo a un altro pm, Scavone, il quale lo trasferisce a Milano. Ed è nel capoluogo lombardo che emerge la presunta macchinazione.

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