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Famiglia, maledetta famiglia: storia di nonna eccentrica e delle sue avventure

di Serena Uccello

3' di lettura

Può esistere nella determinazione della nostra identità una memoria genetica? C'è una possibilità una sola possibilità che a determinarci, nell'alveo della famiglia, non sia solo l'educazione, la consuetudine, la vicinanza, ma anche qualcosa che si tramanda per altra via come un segno sul volto, il colore degli occhi? È questa l'ossessione che sembra muovere le pagine di “Teresa sulla luna”, romanzo con cui Solferino candida Errico Buonanno all'edizione di quest'anno del Premio Strega.
Qui è la memoria e la natura, la relazione tra i comportamenti e il contesto, ad orientare l'ansia di del protagonista, o forse del co-protagonista insieme alla nonna Teresa. Anzi è Teresa a riempire la scena, diva incontrastata, donna intrisa di narcisismo, votata sin dalla nascita alla autoreferenzialità. Teresa la bella, fulgida in gioventù al punto da essere amata da Moravia e da Amedeo Nazzari, studiata da Freud e da Fermi. E poi protagonista della scena artistica parigina e addirittura stella ispiratrice della musica jazz a New York. Ma sarà vero? Come: è autentico l'autografo di Cole Porter? Con il suo talento che poteva spaziare dalla poesia alla musica Teresa aveva animato i salotti, anche quelli dei gerarchi.

«Teresa ha un nasone. Oddio, senza offesa: diciamo che ha un naso un po' importante. Che è anche un punto di forza, perché la rende più un tipo, si sa. Ha gli occhi verdi, capelli neri da giovane. Ha la erre moscia. Un altro punto di forza, perché con quella erre così liquida, così gorgogliante, francese, quando cu chiama “crrrtini”, o anche “viperrre” (o anche “strrronzi”, ma sì) non ci lascia più scampo: distrugge. Profuma. Profuma di una cipria che non ho mai trovato su nessuno. E poi esagera. Per Teresa non piove mai, no: “diluvia”. Non ha mai mal di pancia, lei: ha “un dolore, un contorcimento che guarda…”. E non ha freddo. No, perché lei ha solo “un freddo incoercibile”, “un gelo spasmodico”, e anche “un tremore incontenibile”».
L'eccesso è la sua cifra, così distinguere ciò che è vero da ciò che artificio è impossibile. Resta il dubbio, serpeggia il dubbio. L'immortalità sta nella parola, così Teresa sa che la sua è nel racconto, nel dipanarsi di aneddoti che lascia alla sua famiglia (una eredità, in fondo), affidando la responsabilità della gestione del dono al nipote. Che, in questo modo, si ritrova a muoversi tra la costruzione di un sé destrutturato e il penso della famiglia: ma quanto sono ingombranti, faticosi questi Piserchia! La loro è un'origine nobile, albanesi, belli e colti. Ma pure eccessivi e spocchiosi al pari di Teresa che ne è l'anima. E poi c'è questo giovane uomo che deve fare i conti con gli ordinari inciampi della vita che tuttavia dentro quel contesto diventano straordinari. O per lo meno lui li percepisce come tali: un lavoro fallimentare, una vita fallita.
Teresa si trascina dietro un milione di storie e con esse esercita il suo sortilegio: gestire le persone che ama, o meglio le persone che le amano, le persone che credono di non sopportarla, forse persino odiarla, ma che alle fine a lei restano legate, incapaci di sottrarsi alla sua invadenza. È questo un romanzo intenso sulla manipolazione dell'amore e sul condizionamento dell'appartenenza. A tratti ironico, ma più spesso malinconico, orienta il lettore sul sentimento della dolcezza, della dolcezza nonostante tutto. Il montaggio che struttura l'alternanza di memoria e azione nel tempo presente funziona per efficacia e ritmo. Allo stesso modo la narrazione – a tratti – per flusso di memoria è convincente e ben strutturata. Particolarmente interessante la scelta di una lingua in apparenza impulsiva e scardinante ma in realtà frutto di un controllo consapevole e maturo.

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