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Far East: in attesa di Biden, Pechino muove le sue pedine

La Cina stringe la morsa su Hong Kong e provoca Taiwan, mentre tesse una rete diplomatica con Seul e Tokyo

di Rita Fatiguso

(EPA)

3' di lettura

Pechino sfrutta il vantaggio temporale sulle possibili future mosse della nuova amministrazione americana che si insedierà a gennaio dispiegando un attivismo a tutto campo che coinvolge i dossier più spinosi da tempo sul tavolo del presidente cinese Xi Jinping.

La richiesta di aiuto di Hong Kong
Le buone notizie per Xi Jinping vengono da Hong Kong, la cui economia è stata colpita duramente dalla pandemìa e dai disordini sociali innescati dalle tensioni politiche con il Governo di Pechino. In occasione del suo quarto discorso all’Assemblea legislativa Carrie Lam, chief executive di Hong Kong, ha chiesto esplicitamente al Governo di Mainland China una mano in termini di collaborazione economica.

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«Bisogna dare nuovo impeto all’economia di Hong Kong», ha sottolineato Carrie Lam, confermando la necessità che Pechino e l’ex colonia Britannica stringano ulteriormente i legami nel rispetto del principio “One country two systems”.Per la prima volta, inoltre, nell’elenco della lista dei provvedimenti da adottare Hong Kong ha esteso un intervento economico – quello sul versante della disoccupazione giovanile – alla Greater bay area, l’area a Sud Ovest della Cina che tiene insieme Hong Kong, Macao e le province del GuangDong.

Far East nel mirino
Il ministro degli esteri Wang Yi è in visita nel Far East, Giappone e Corea, fino a venerdì 27. Positiva la reazione del nuovo Governo giapponese in carica dopo le dimissioni del presidente Shinzo Abe. Il nuovo primo ministro Yoshihide Suga ha detto che «una stabile relazione con la Cina è importante non solo per il Giappone, ma anche per l’intera area del Far East».

Alla Fiera dell’Import di Shanghai, la CIIE, nel video-messaggio inaugurale, Xi Jinping, con immaginabile sollievo delle economie dei tre Paesi economicamente interdipendenti, aveva spezzato una lancia in un miglioramento dei rapporti nell’area.Ma le parole di Suga, intanto, fanno intendere che potrebbe chiudersi la difficile fase del decoupling Cina-Giappone, con i giapponesi impegnati addirittura sostenere economicamente la ri-delocalizzazione degli investimenti dalla Cina al Giappone delle aziende di Tokio attive in Cina.

La lista dei buoni e dei cattivi
Pechino intanto conferma l’intenzione di punire l’eterna provincia ribelle, Taiwan, compilando una lista nera delle aziende refrattarie a buoni rapporti con Pechino in quanto legate al partito pro indipendenza al potere da quattro anni sotto la guida di Tsai Ing-wen presidente del Democratic Progressive Party.

Tsai è colpevole di non aver citato nel discorso di insediamento il principio della One China, caro a Pechino. Da allora in poi, complice l’amministrazione Americana guidata da Trump I rapport sono peggiorati.

Bacchettata, infine, per l’Australia, altra “pecora nera” per il Governo cinese. Sempre il ministro degli esteri Wang Yi, ha ricordato che oltre l’80% delle merci australiane esportate in Cina non è conforme agli standard. L’Australia è entrata nel mirino delle critiche cinesi per aver chiesto un’indagine internazionale sull’origine del virus, accusando apertamente la Cina.

Da allora in poi la crisi diplomatica si è aggravata e le tensioni si sono scaricate dal versante politico a quello economico. L’Australia ha un altissimo grado di dipendenza dalla Cina la quale, per ritorsione, nelle ultime settimane ha imposto tariffe altissime e veri e propri blocchi alle importazioni, dal legno alle aragoste ai prodotti del latte, spesso in riferimento agli obblighi di natura sanitaria.

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