Interventi

Fare bene le riforme è il modo migliore per attrarre investitori

di Alessandro Grimaldi

(Sehenswerk - stock.adobe.com)

3' di lettura

Nei primi decenni di questo secolo abbiamo affrontato un concentrato di difficoltà e di crisi economico finanziarie. Dalla bolla delle dot.com a quella dei sub-prime, dalla crisi dell’euro e del debito sovrano ai tassi d’interesse negativi, per arrivare all’attuale pandemia da Covid-19. La risposta dell’Europa, per favorire il recupero dell’Italia, è stata forte: 191,5 miliardi di euro in quattro anni (2021-2024) divisi tra sovvenzioni a fondo perduto e prestiti a lungo termine (2058) a tassi agevolati. Si tratta di una somma cinque volte più grande di quella destinata all’Italia dal budget Ue 2021-2027, in grado di ridurre il divario esistente con il resto d’Europa, colmando le storiche carenze in termini di infrastrutture e di funzionamento del Paese. Secondo il rapporto dell’Osservatorio sulle infrastrutture strategiche (ottobre 2019) il fabbisogno stimato è di 273 miliardi che già prima della pandemia risultavano finanziati per circa 200 miliardi, di cui solo un decimo realizzato e un quinto in fase di realizzazione. La sfida, per colmare il gap tra nord e sud, è l’impiego rapido e efficiente di tali risorse. Il loro corretto utilizzo modificherà radicalmente lo scenario economico dell’Italia e le sue prospettive future.

È evidente che l’attrattività del sistema Italia è destinata ad aumentare agli occhi degli investitori se, unitamente all’impiego complessivo di tali fondi, verranno realizzate le riforme di sistema necessarie e tanto invocate. In tale contesto, deve essere favorito l’utilizzo produttivo, in ambito domestico, delle risorse raccolte dai fondi pensione, casse di previdenza e, in generale, del risparmio privato. Capitale pubblico e capitale privato devono lavorare insieme per creare condizioni durature per permettere le riconversioni industriali, la ricerca di nuove professionalità e il rafforzamento di tutto il sistema manifatturiero. Il punto cruciale sarà il passaggio tra la fine dei sussidi e il consolidamento della ripresa economica. Trovarsi in una situazione di debolezza con un sistema industriale non all’altezza, metterà in gioco sia il sistema economico che la sovranità politica dello Stato. Non a caso sono state introdotte norme più restrittive nell’utilizzo del golden power, istituto che permette al governo di impedire acquisizioni di aziende strategiche italiane, da parte di soggetti stranieri. I fondi pensione e le casse di previdenza gestiscono oltre 250 miliardi, cui solo 35 investiti in Italia, perlopiù in immobili. Opportune modifiche del quadro normativo dovrebbero indirizzare tali risorse verso un impiego costante nell’economia reale allo scopo di creare dei veri e propri investitori netti, in grado di sostenere in maniera continuativa il processo di creazione di valore a vantaggio delle aziende imprenditoriali nazionali.

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I capitoli di spesa del piano destinano una parte importante, circa il 40%, alla transizione ecologica (elettrificazione e decarbonizzazione della produzione elettrica primaria); il 20% alla transizione digitale e il rimanente suddiviso tra infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione, ricerca scientifica e cultura. La logica del piano europeo, a fronte di un indebitamento comune, è quella di attribuire più risorse a quei Paesi che hanno maggiori carenze infrastrutturali ed elevati tassi di disoccupazione. Il benessere dell’Europa dipende dalla velocità con cui i più deboli raggiungeranno i più forti. Sarà importante evitare o limitare al massimo che siano le imprese straniere a beneficiare di tale ripresa, mantenendo all’interno del sistema Italia i benefici del piano. Un sano equilibrio tra l’incremento del Pil e la bilancia dei pagamenti sarà determinante per rendere sostenibile il debito, senza fare ricorso a misure traumatiche. Nel prossimo decennio la politica economica dell’Italia dovrà essere improntata al recupero di quelle aree, per lo più nel Mezzogiorno, che costituiscono una vera e propria riserva strategica e che per la loro attuale situazione sono più adatte all’introduzione di processi innovativi anche di natura digitale.

Il compito non è facile, soprattutto perché i tempi di attuazione sono brevi. Fortunatamente, oggi Dante toglierebbe «sanza nocchiere» dal VI Canto del Purgatorio.

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