CARRIERE

Fare carriera nella Silicon Valley: pensare in grande anche partendo dal piccolo

In Italia deve migliorare la fase di applicazione e scaricamento a terra delle idee, dando linee guida, ripensando modelli e valorizzando le persone

di Gianni Rusconi

(AFP)

4' di lettura

Fare carriera negli Stati Uniti è un’opportunità che soprattutto in prospettiva, nell’era post pandemica, può giustamente fare gola a molti talenti e a molti manager italiani. E se il comparto a cui si strizza l’occhio è quello dell’hi-tech e del digitale è bene sapere che le posizioni apicali di una grande Internet company non sono affatto precluse a chi dispone di competenze e nozioni accademiche che esulano dalle materie scientifiche e abbracciano invece quelle umanistiche. Meglio se “rivisitate” in chiave 2.0.

Salvatore Giammarresi, siciliano, attualmente Head of Localization di Airbnb, è un professionista che il viaggio oltreoceano l’ha compiuto più di 20 anni fa, con in tasca un dottorato in linguistica computazionale applicata conseguito all’Università di Palermo grazie a un percorso di ricerca focalizzato sui tool di traduzione assistita, sull’intelligenza artificiale e sulla semantica del Web. Yahoo!, PayPal e ora Airbnb (dove il lavoro di Giammarresi è stato determinante per passare da 29 a 62 lingue tradotte sulla piattaforma e per raggiungere un ulteriore miliardo di nuovi visitatori in tutto il mondo) sono aziende che costituiscono una destinazione più che ambita per il popolo dei Millennial e forse non solo. Ecco qualche “consiglio” per tentare fortuna dalle parti della Silicon Valley.

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Fra l’essere manager o startupper in Italia ed esserlo negli Stati Uniti corrono delle differenze. La principale, a suo dire?
Posso raccontare l’esperienza della Silicon Valley, dove a fare la differenza è ancora il desiderio di fare impresa pensando in grande, anche partendo da un’idea piccola e magari pure scomoda. La possibilità di fallire è parte integrante di questo approccio. In Italia, invece, spesso non si ha visione a lungo termine e questo rende meno facile mettere a fattore comune idee, competenze ed esperienze diverse, incidendo negativamente sulle politiche di management dell’organizzazione e sulla propensione all’innovazione. Si dovrebbe quindi migliorare molto nella fase di applicazione e di scaricamento a terra delle nuove idee, dando linee guida, ripensando modelli, coordinando risorse, valorizzando skill. Ogni giorno, con coraggio e tenacia, facendo coaching e creando l’ambiente migliore per far lavorare il team.

Lei ha fatto carriera nel campo in diverse aziende tech e oggi guida un team internazionale: che qualità deve avere un manager che fa il suo mestiere?
Fare engagement e relazione con i propri collaboratori, a mio avviso, è il punto più importante. Nella Silicon Valley è consolidato un modello che vede i leader avere due obiettivi: come rendere il cliente più felice con il prodotto/servizio e come creare la migliore atmosfera nel proprio team per raggiungere questo obiettivo. La responsabilità del successo di questo modello non può essere dell’Hr manager ma del leader direttamente coinvolto nel progetto. Le persone sono l’asset più importante, sempre, anche in una tech company, e di ogni persona va capita la personale situazione, risolvendone eventuali criticità.

Perché oggi sono più importanti le “soft skill”?
Rispondo portando l’esempio di Airbnb, dove ogni individuo è un esperto, un talento nella sua specifica funzione. Ma questa è la base, non il punto di arrivo. La vera alchimia che porta a raggiungere grandi risultati è il coinvolgimento, l’essere orgogliosi del proprio ruolo e dell’essere parte di un team che può anche essere globale e distribuito e che non necessariamente vive a stretto contatto. L’empatia è una delle componenti fondamentali per essere leader e manager. La vera magia è qui, ed è questa componente che permette di fare sviluppo continuo di un prodotto o servizio, partendo sempre e comunque dalle esigenze del consumatore/utente.

Come si arriva ai vertici di una digital company partendo da un bagaglio linguistico/umanistico?
Avere una formazione accademica di questo genere è un vantaggio perché diventa uno strumento di lavoro quotidiano, e questa caratteristica è meno presente in una figura che nasce con una cultura prettamente tecnica. Nella società moderna, liquida e remota questo concetto sarà sempre più sviluppato perché abbiamo la possibilità di lavorare ovunque. La chiave è capire come le competenze umanistiche possano essere di aiuto per una tech company.

Più di 20 anni nella Silicon Valley. Come è cambiata?
Rimane un luogo unico, un’isola felice che combina idee, capitali, dinamismo imprenditoriale. E coraggio di fallire, come ho già detto. Oggi è un modello più facilmente esportabile, perché i talenti sono ovunque e la pandemia ha accelerato la consapevolezza che si può essere connessi, che si può collaborare in team e che si può condividere esperienze e conoscenze anche a distanza, grazie alle tecnologie digitali. Non è più indispensabile venire fisicamente in Silicon Valley per lavorare secondo i modelli e la filosofia di una grande Internet company.

La sua ricetta per essere leader oggi e fra cinque anni?
Se espandiamo l’idea del lavoro remoto, chi oggi dirige gruppi di lavoro e quindi persone dovrà essere ancora più adattabile alla loro diversità in fatto di cultura, mentalità e abitudini. E credo che questa sarà la skill più importante per tutti i manager, a prescindere dalla loro funzione.

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