Microcosmi

Fare comunità sulle macerie del rancore sociale

di Aldo Bonomi

(elmar gubisch - stock.adobe.com)

3' di lettura

I freddi numeri dati dalla Caritas, oltre un milione di poveri assoluti in più rispetto al pre-pandemia, arrivando al picco di 5,6 milioni pari a 2 milioni di famiglie, diventano caldi incuneati nella crisi delle forme di convivenza e inducono a tornare sul tema del volontariato. Anche per capire se al crescente distacco dalla politica in termini di partecipazione al voto, corrisponda un indebolirsi della propensione partecipativa alla vita comunitaria. In questo senso è utile tornare a ragionare sul mondo del volontariato facendo memoria di quanto emerso a Padova nel corso di Solidaria, partendo dalla legge che nel 1991 ne ha riconosciuto lo statuto legale per arrivare alla campagna di candidatura Unesco del volontariato come “bene immateriale” dell’umanità. In questo trentennio il volontariato ha vissuto dentro una lunga deriva accelerata della storia italiana. E ancora non sappiamo bene come quella lunga deriva potrà immettersi nell’iper-modernità, di cui la pandemia è fenomeno rappresentativo quanto dirompente. D’altronde, quello del volontariato è un racconto di lunga lena dialettica tra società, istituzioni e mercato che poco a che fare con lo storytelling eventologico ammantato da retoriche della community.

Nella storia del dopoguerra ci sono state almeno tre stagioni del volontariato. La prima è stata quella della ricostruzione delle macerie materiali e morali postbelliche a forza di carità e mani nude, sussunta dalla politica nello scontro ideologico della guerra fredda. A partire dagli anni ’60 il volontariato politico conformista si rigenera radicalmente, ripartendo da un sociale stressato dal boom economico, prima con l’apparire degli “angeli del fango” nell’alluvione di Firenze, poi dialettizzandosi dentro il Concilio Vaticano II e nelle piazze, producendo quella spinta alla base del riconoscimento dello Statuto dei Lavoratori, della sanità pubblica, dell’istruzione come diritto, sino alla critica delle istituzioni totali (carcere e manicomio) imponendo la legge Basaglia. Arriviamo così agli anni ’80, quando il volontariato intraprende un percorso di progressiva istituzionalizzazione che sfocerà in un vero e proprio statuto (sintomatico il riconoscimento del Comitato centrale del Pci che vede nel volontariato un «antidoto alla massificazione generale» come ricordato dallo storico Davide Gobbo). Nel frattempo è appunto la società da cui si genera la spinta associativa a cambiare profondamente, perdendo la vecchia connotazione classista per farsi moltitudine. Nel salto d’epoca del millennio, il volontariato si è trovato ad agire nella società del frammento e delle paure, in parte incorporando queste derive, in parte cercando di rigenerarsi ripartendo dai territori, cercando di emanciparsi dalla morsa della ragnatela del valore della delega del welfare in ritirata.

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Il volontariato più coraggioso si è messo in mezzo in maniera caotica, forse più col fare e il progettare che col pensare, in quella dialettica tra flussi e luoghi che tende a consumare senza riprodurre capitale sociale di comunità. Qui è riemersa la centralità del territorio, dove il volontariato si è proposto come fragile attore della tessitura sociale all’epoca dell’individualismo compiuto e dell’isomorfismo istituzionale. Quando il flusso della pandemia si è propagato nei luoghi, abbiamo capito come la forza del volontariato stesse nella capillarità della prossimità che discende dalla memoria della geografia umana del disagio, nell’essere angeli dell’ultimo miglio nel distanziamento. Abbiamo visto venire avanti gli angeli del pane, gli angeli dei farmaci e persino gli angeli del digitale. Si è visto il patrimonio del volontariato mettersi dentro l’iper-modernità del salto pandemico che aveva messo al centro il corpo, la nuda vita del mangiare, dell’abitare, del comunicare a distanza. Il volontariato si è fatto costruttore di nuove tracce di comunità che guardano avanti partendo dalle macerie delle paure, che sono poi materia prima del rancore sociale. Credo che nella nostra epoca, il luogo di elezione del volontariato debba essere questa zona prepolitica, così come lo è per altri versi, quello della Protezione Civile quando “tiene dentro” la questione ambientale ripartendo dalle macerie della terra che soffre. Il volontariato politico, orfano dei grandi contenitori di un tempo che non tornerà, segue la scomposizione mercuriale del termometro rotto della politica che non riesce più a misurare la temperatura del sociale. Qui si riproduce la frammentazione dei tempi tra diritti civili, diritti sociali, diritti ecologici emergenti, etc. senza un’evidente capacità di tessitura. È una frammentazione in tante oasi nel deserto delle comunità assenti, che auspico possa un giorno, diventare carovana nei territori, mettendo assieme oltre alla comunità di cura, la comunità operosa degli interessi dell’impresa e del lavoro, per fare comunità larga capace di produrre fiducia e visione larga del futuro che una volta si chiamava progresso.

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