Persone

«Fare impresa perché abbia un senso in sé, per gli altri e per la comunità»

di Paolo Bricco


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6' di lettura

«Le cose potrebbero andare bene. Invece, le cose non vanno bene. Le cose vanno benissimo». In una Italia plumbea e ossessionata dallo spread, dolorante per la politica fratricida e atterrita dal futuro cannibale, vieni a Varano de’ Melegari, in provincia di Parma - dove la Pianura Padana diventa Appennino e l’Appenino con i suoi fiumi e i suoi boschi si trasforma in uno dei tanti luoghi dell’anima italiana - e trovi la simpatica durezza - o la dura empatia - di uno dei principali manager italiani.

Io e Andrea Pontremoli, amministratore delegato della Dallara, siamo all’Osteria delle Vigne, un posto che esprime bene questa Italia minore ma allo stesso tempo centrale: la modernità più sofisticata dell’automotive industry a poche centinaia di metri e il telefono di bachelite nero alla parete, il lambrusco sul tavolo e la torta fritta ad aspettarci. Nel tempo rapido e immobile dei decenni, questa Italia - in odor di Toscana e di Cinque Terre - ha trasformato in un progetto economico e in una cultura industriale - con una dolcezza e una sinuosità da melodramma verdiano - il «vivi nascostamente» di Epicuro, perché tanto sei così bravo che anche qui - anzi proprio qui - le cose le realizzi, i baci a tua moglie e ai tuoi figli li dai e la ricchezza la crei.

Le cameriere e i camerieri corrono veloci reggendo in mano piatti ricolmi di affettati e di formaggi e mi sembra di essere con Giorgio Bocca negli anni Cinquanta fra i magliai di Carpi «Tortellini burro e oro? Yes, please». Soltanto che siamo nell’Italia del 2018, con lo spread pronto a salire fino a 400 e un sentimento violento fra gli italiani che non si respirava dal Biennio Rosso, dall’8 settembre e dagli anni 70. Pontremoli è vestito come un manager internazionale, perché lui è un manager internazionale: ha un abito grigio («Ma non è di Brunello Cucinelli»), una camicia bianca e una cravatta grigia («Questa è di Brunello Cucinelli, Brunello è un amico, sono nel consiglio di amministrazione della sua azienda»). È stato per 27 anni in Ibm: «Il 1° giugno 2004, quando sono stato nominato presidente e amministratore delegato di Ibm Italia e responsabile del Sud Europa, ci siamo a sentiti al telefono con Sergio Marchionne, che quel giorno era stato nominato amministratore delegato della Fiat. Nessuno sapeva chi fossimo. Mi chiamò lui. Ci facemmo gli auguri a vicenda».

Ma, soprattutto, Pontremoli è appunto adesso l’ad - e azionista, con una quota di minoranza - di una delle imprese iconiche del capitalismo industriale italiano: la Dallara creata da Giampaolo Dallara, uno dei miti della nostra industria e della nostra tecnologia, un uomo in grado di stare al pari di Enzo Ferrari, il prototipo dell’ingegnere-tecnologo-imprenditore che, dalla isolata e semisconosciuta Val Ceno, è arrivato sui circuiti di tutto il mondo - prima di tutto, la Formula Indy, ma anche la Formula Uno - e che grazie alle automobili da lui progettate e prodotte - per gli altri, ma anche per sé come la Stradale Dallara - ha dato concretezza nelle quattro ruote alla frase scespiriana della Tempesta «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni».

Giampaolo Dallara, 81 anni, è del primo paese della valle, Varano. Andrea Pontremoli, che di anni ne ha 60, è dell’ultimo, Bardi. I camerieri riempiono il tavolo di legno scuro, coperto con una tovaglia bianca ricamata con fiori blu, con prosciutto crudo di Parma e salame felino, focaccia e parmigiano («Il nostro è il migliore, più si sale verso la montagna e più è buono»). Tutti lo salutano: «Qui mi chiamano Kissinger, se c’è un diverbio o un litigio mi interpellano per dirimere la questione, sono sempre stato un negoziatore». «Assaggia, assaggia», mi dice mentre mi illustra i tortelli fumanti: castagne, zucca, barbabietole e porri al primo giro e, al secondo giro, erbette e patate.

Lui è il figlio di Giuseppe il mugnaio e di Rita la sarta. Nel 1977 si è diplomato perito elettronico all’Istituto tecnico industriale Leonardo da Vinci di Parma. Non è un primo della classe: va in moto, fa il disc jockey («Da 43 anni metto la musica a Bardi a ogni capodanno») e ripara radio e televisioni per costruire amplificatori per la discoteca. «Negli anni 70 andavo spesso allo Snoopy di Modena, dove c’era Vasco Rossi. Vasco era come adesso: un leader carismatico e geniale. A fine serata andavamo tutti in trattoria».

La sua storia - come la storia della Dallara - mostra come l’Italia sia composta da mille punti di intersezione fra il locale e il globale, la comunità e il mondo, i campanili e gli aeroporti internazionali. «Ho sempre vissuto qui. Anche quando ho lavorato a Milano e poi a Parigi, come vicepresidente di Ibm per l’Europa. Mia moglie Margherita e le mie cinque figlie, Valentina, Annalisa, Martina, Benedetta e Aurora, sono rimaste nella nostra Bardi: 2.500 abitanti, dieci bar fra cui il Centrale della famiglia di mia moglie, perché noi emiliani anche di montagna amiamo socializzare. Le mie figlie hanno fondato Mavamba, una società che gestisce un albergo diffuso disseminato nelle case intorno al castello, che abbiamo ristrutturato. Valentina è il sindaco».

Il lambrusco scorre: «Quando vengo qui con i clienti americani, dico che è la nostra Coca-Cola». E, intanto, diventa più nitido l’avviluppo emiliano, che è l’avviluppo italiano. La comunità e la fabbrica. La comunità e la famiglia. La famiglia e l’imprenditore. L’imprenditore e il manager. La costruzione binaria della nostra realtà e del nostro immaginario ha nella Dallara di Varano de’ Melegari un esempio paradigmatico. Nel 2000, i sindaci della Val Ceno organizzano un convegno sul futuro di questo territorio che si sta spopolando. Sono invitati Dallara e Pontremoli. I due non si conoscono. «Io parlai per un’ora di tecnologie, di luoghi e di lavoro. Dissi: “Io adesso viaggio per lavoro e vivo dove non mi piace. Sogno un giorno in cui, grazie alla tecnologia, potrò viaggiare per piacere e vivere dove mi piace”. Dallara si alzò e il suo intervento fu di poche parole: “Sono d’accordo. Non ho niente da aggiungere”. Poi, si alzò e se ne andò».

Nasce, allora, una amicizia. Sette anni dopo, nel 2007, Pontremoli entra in azienda. Dallara ha due figlie, entrambe ingegneri: Angelica e Caterina, che se ne va in pochi mesi per una malattia. Al suo ingresso, l’azienda fattura 23 milioni di euro e ha 107 dipendenti. Oggi i ricavi sono saliti a 105 milioni di euro (la metà con le macchine da corsa, la metà con le consulenze a chi fa le macchine da corsa o le supercar), i dipendenti sono aumentati a 670 occupati (età media 33 anni) e il margine operativo lordo è pari al 15% del fatturato.

«Qui a Varano - spiega Pontremoli - facciamo tre cose: progettazione utilizzando fibre di carbonio e compositi, aerodinamica con la galleria del vento e Cfd (Computational fluid dynamics), dinamica del veicolo con le simulazioni». Finora le attività del gruppo erano divise fra due società: Dallara Automobili e Dallara Engineering. Adesso, si è consumata una riorganizzazione societaria. È stato costituito il Dallara Group che controlla cinque società sottostanti: Dallara Automobili, Fabbrica Dallara, Dallara Usa, Dallara RE e Dallara Compositi. «Il Dallara Group - spiega Pontremoli - si occuperà delle funzioni comuni. Le singole società saranno votate al business di riferimento».

C’è il business. E c’è l’ambiente. Nell’intima connessione fra capitale tecno-industriale e capitale spiritual-comunitario, l’attività più centrale per questa impresa e per i due dioscuri - Dallara e Pontremoli - è rappresentata dall’Accademia Dallara. L’accademia è rivolta agli adolescenti («È sbagliata la mentalità per cui i figli degli italiani vanno al liceo e i figli degli immigrati all’istituto tecnico, la formazione tecnica non è la serie B, ed è errato sottostimare il concetto di competenza, uno non vale uno») e agli universitari, dato che ospita la laurea magistrale in race car design. L’Emilia Romagna è il nuovo cuore dell’automobile italiana. E, con la cooperazione e la competizione propria di questa terra, Ferrari, Lamborghini, Maserati, Ducati, Pagani, Haas F1, Toro Rosso, Magneti Marelli, Hpe e appunto Dallara hanno creato - insieme alle università della regione - la Muner, la Motor Vehicle University of Emilia Romagna, di cui Pontremoli è presidente. «La formazione è tutto, lo so bene io che ho compiuto un vero e proprio salto con i mesi trascorsi a Cambridge nel 1989 e al Mit nel 1995. Queste attività appartengono alle grandi imprese e alle multinazionali. Ma anche le medie aziende le possono realizzare».

Pontremoli mi invita a bere l’amaro ghiacciato: «È un infuso di bacche selvatiche raccolte sui nostri sentieri». Poi, si slaccia leggermente la cravatta, si appassiona, si infervora e quasi diventa rosso: «Vedi, la formazione non è soltanto un elemento della organizzazione, ma è parte di una ricerca di senso più ampio».

Il capitalismo industriale italiano - non solo Dallara, ma anche Cucinelli o altri come il più piccolo Loccioni - sta da tempo provando ad interrogarsi sulla attualizzazione di un modello simil-olivettiano. «Vado spesso nella Silicon Valley. Tu là chiedi: “Perché fai l’azienda?”. E chiunque ti risponde: “Per venderla e fare un sacco di soldi”. Qui, non è così. Noi non lo facciamo per i soldi. Dallara e io, e tutti i nostri collaboratori, facciamo l’impresa perché l’impresa abbia un senso in sé e per sé, per gli altri e per la comunità».

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