Intervista a Sofia Manvati

«Fare musica insieme significa rispettare la libertà degli altri»

La giovane violinista ha vinto la prima edizione, per la sezione archi, del concorso della Regione, «Lombardia è Musica». Dopo gli studi a Como e Cremona immagina un futuro tra viaggi e studio

di Antonio Criscione

4' di lettura

Un liutaio, in una chiacchierata privata, disse che i violinisti non possono essere sani di mente, visto che passano ore e ore a suonare uno strumento che produce suoni così acuti. Ovviamente si trattava di una iperbole. E spesso l’unica insania è data dalla passione per questo strumento che hanno i violinisti. Una passione che può nascere da una tradizione familiare o sentendo un saggio di un piccolo violinista. È proprio così, sentendo un altro bambino che suonava, che l’attrazione per lo strumento di Paganini è scattata per Sofia Manvati, giovane violinista comasca. Una passione coltivata bene, visto che la giovane Sonia è la prima vincitrice del concorso “Lombardia è Musica”, istituito da legge regionale e promosso dal Consiglio regionale in collaborazione con gli otto Conservatori e gli istituti di studi musicali della Lombardia. Il concorso ha visto quest’anno la sua prima edizione, riservata due sezioni: pianoforte ed archi. La seconda edizione del premio si aprirà ad altre famiglie di strumenti: quelli a fiato (ma per la sola sezione legni) e quelli a pizzico (chitarra, mandolino, arpa, clavicembalo).

Tornando all’edizione 2021, la premiazione si è svolta presso il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, e i premi ai vincitori sono stati consegnati dal maestro Bruno Canino. La giovane vincitrice, ha 20 anni, è nata a Erba e dopo il conservatorio di Como, ha continuato la formazione all’Istituto Monteverdi di Cremona. Al concorso Sofia si è esibita con una musiche di Beethoven e Debussy.

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Come è iniziata la sua passione per il violino, come mai ha scelto questo strumento?
Avevo circa sei anni e mezzo quando ho cominciato a suonare e più che una scelta è stata una folgorazione. Ero andata a sentire un saggio di mia cugina che suonava la chitarra e vicino a lei c’era un bambino che suonava il violino. Era piuttosto bravo. E mi è rimasta molto impressa la sensazione quasi di gelosia che provavo nel vedere questo violino in mano a quel bambino e il desiderio forte di averlo io. Allora ho cominciato a insistere tanto con i miei genitori.

È stato difficile coinvolgerli?
I miei genitori si occupano di arte e hanno favorito lo sviluppo di una sensibilità in questo senso. All’inizio pensavano che forse fosse più semplice l’approccio al pianoforte, che avevamo anche a casa. Ma io ero veramente convinta che dovevo suonare il violino. Ho cominciato a prendere lezioni private e poi sono entrata al Conservatorio a Como e poi sono stata ammessa all’Accademia Stauffer di Cremona dove ho studiato con Salvatore Accardo e poi ho continuato con Laura Gorna (tra l’altro moglie di Accardo, ndr) al conservatorio di Cremona.

Cosa ha imparato dai suoi maestri?
Per Accardo la cosa più importante è la partitura, quello che il compositore scrive, da cui spesso l’interprete si discosta. Poi la quantità di suono, la qualità. E anche la professoressa Gorna è molto attenta a questi aspetti.

Come spiegherebbe che cosa è per lei il violino?
Per me è come la mia voce. È l’urgenza di parlare attraverso questo strumento. È un tramite attraverso il quale riesco ad esprimermi.

Come avvicinarsi alla musica violinistica: dai classici o dalla musica del novecento?
Sono convinta che la musica se è bella e se è ben fatta, merita di essere ascoltata tutta. In Italia forse non c’è un’educazione musicale fin da bambini. Ma è molto importante avere un’apertura mentale che porti ad apprezzare tutta la musica. A volte può servire ad accostare le persone a una musica facile se ci sono delle spiegazioni dell’esecutore.

Quali autori sente più affini?
In genere avviene che ci si innamori delle cose che si stanno suonando. Magari è un brano che all’inizio non ci piace, ma che man mano che lo scopriamo, ce ne innamoriamo. Ecco mi piace procedere in questo modo. Sono molto legata a Bach, perché la sua musica è veramente universale. Però sento molto vicina anche la musica del novecento, con autori come Prokoviev e Shostakovich, e i francesi (Debussy e Ravel), ma anche i classici Beethoven, Schumann e Schubert.

Come immagina il futuro?
Sicuramente continuerò a studiare sempre, perché il cammino di un artista non finisce mai. Ora sto finendo il biennio a Cremona e poi penso di studiare all’estero. Sono molto indirizzata verso la Germania. Ma il futuro che vorrei è poter viaggiare e suonare, fare musica d’insieme, musica da camera, musica solistica.

Pensa a sé come a una solista o si vede in un’orchestra?
Mi vedo più come solista, però anche la musica da camera è un ottimo completamento. Ma la musica si fa sempre insieme. I miei maestri dicono che la cosa più importante per un musicista è imparare a rispettare la libertà degli altri.

Altri hobby?
Un musicista, come qualunque artista, deve poter fare determinate esperienze di vita per poter raccontare cose agli altri le cose che sente. Mi concentrerò molto sulla musica, ma mi piace dipingere, disegnare, leggere, viaggiare con gli amici. E tutte queste cose vanno ad arricchire il discorso musicale.

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