industria

Fare squadra, strategia vincente: il sistema moda in Italia vale più di 95 miliardi

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

Unisono: è il titolo scelto per la prima assise di Confindustria Moda, ospitata ieri nell’aula magna della Bocconi di Milano. Sottotitolo: strategie di squadra per crescere insieme. «Sono parole che non dobbiamo più dimenticare, unisono deve essere il nostro mantra. Ci abbiamo messo anni a creare questa federazione, come anni ci erano voluti per arrivare a unire le associazioni del tessile-abbigliamento in Sistema moda Italia – ha spiegato Claudio Marenzi, presidente di Confindustria Moda –. Non dividiamoci mai più, condividiamo best practice e sforzi di rappresentanza a livello europeo e mondiale. Né io né Cirillo Marcolin, attuale vicepresidente al quale passerò il testimone nel 2020, chiederemo mai alle sette associazioni di questa famiglia di cancellare le loro specificità, bensì di fare sinergia ogni qual volta sia possibile e di aprirsi a contaminazioni. Questo sì, è e sarà l’obiettivo di Confindustria Moda».

Assopellettieri, Federorafi, Assocalzaturifici, Unic (concia), Aip (pellicceria), Sistema moda Italia (Smi) e Anfao (occhialeria) si sono federate nel 2018: simbolica la scelta di trovare un’unica sede, a Milano, dove ognuno ha i suoi spazi ma dove esistono anche spazi condivisi. «Da subito abbiamo creato un unico ufficio studi, un settore Relazioni industriali a cui tutte le associazioni possono fare riferimento per impostare i rapporti sindacali, e un ufficio legale – ha ricordato Marenzi –. Oggi si sono tenute le sette assemblee: il compito del presidente di Confindustria Moda è di trattarle come componenti di un’orchestra: ognuno ha il suo spartito, ci sono toni e timbri diversi, ma alla fine si trova l’armonia». Marenzi ha anche ringraziato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, per aver supportato la nascita della federazione, che ora può dimostrare – numeri alla mano – di essere fondamentale come motore manifatturiero ed economico, oltre che di immagine, del Paese . Nel 2018 il tessile-moda-accessorio (Tma) è cresciuto dello 0,7% a 95,5 miliardi: il settore esporta il 70% della produzione (63,4 miliardi, in aumento del 2,7% sul 2017), grazie a quasi 66mila aziende che danno lavoro a oltre 580mila persone.

Nel primo trimestre l’export ha accelerato (+5,6% a 16,6 miliardi); Marenzi ha però invitato a considerare che all’interno delle singole filiere c’è chi cresce molto e chi non va bene. «A maggior ragione dobbiamo ragionare come un settore unico, che si salva e anzi progredisce solo se lo fa in tutte le sue componenti», ha detto il presidente di Confindustria Moda.

«Siamo tutti industriali, parliamo la stessa lingua. Ora abbiamo anche scoperto il piacere di fidarci gli uni degli altri – ha detto Riccardo Braccialini, presidente uscente di Assopellettieri –. Il palazzo che ci ospita sembra una Babele di know how ed esperienze, che stiamo imparando a scambiarci». Annarita Pilotti di Assocalzaturifici, a sua volta a fine mandato, ha spronato a tenere costo del lavoro e cuneo fiscale al centro del dibattito con le istituzioni: «Se non li abbattiamo, non potremo mai essere competitivi con i concorrenti asiatici, anche puntando sulla qualità, come facciamo da anni». Giovanni Russo, presidente di Unic, si è detto d’accordo con Annarita Pilotti, ma ha ricordato che «di riduzione del costo del lavoro si parla da 15 anni, senza arrivare a risultati concreti». Concreti sono invece i risultati raggiunti da Unic in collaborazione con Smi e Federchimica – ancora prima che nascesse Confindustria Moda – sulla sostenibilità e l’economia circolare, ha aggiunto Russo, sottolineando l’attualità del tema. Linea confermata da Roberto Scarpella di Aip e da Marino Vago di Smi. Ivana Ciabatti di Federorafi ha ricordato con orgoglio i numeri dell’oreficeria italiana: «Siamo il terzo produttore al mondo e il sesto per export, con l’87% del fatturato». Ancora maggior l’internazionalizzazione dell’occhialeria (90% di export), come ricordato con altrettanto orgoglio dal presidente di Anfao Giovanni Vitaloni. All’unisono, è il caso di dirlo, le dichiarazioni sulla formazione, quanto più necessaria vista l’uscita dal settore, nei prossimi anni, di 50mila addetti, a fronte di appena 9mila pronti a entrare.

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