Reshoring

Farmaci e principi attivi, così la filiera tornerà in regione

Venti aziende lombarde sono coinvolte nel progetto Alisei (Farmindustria, Egualia e Federchimica) per riportare sul territorio la produzione tagliando la dipendenza da Cina e India

di Natascia Ronchetti

default onloading pic
Recovery plan.  Il progetto è stato presentato al governo, per essere inserito nel Recovery Plan. Secondo Alisei è destinato a creare 11mila nuovi posti di lavoro

3' di lettura

Più di sessanta aziende coinvolte a livello nazionale per oltre ottanta progetti di reshoring. Di questi, venti solo in Lombardia. Vale a dire la regione che può vantare la filiera Life Sciences italiana più sviluppata in termini economici, con un valore della produzione di 71 miliardi e 355mila addetti. E che ora, con l’attivazione di nuove linee produttive di farmaci finiti e principi attivi, già presenti sul mercato o di nuova generazione, può diventare capofila del maxi progetto con il quale Alisei, il Cluster tecnologico nazionale Scienze della vita, punta a sottrarre l’Italia alla dipendenza da Paesi terzi, in particolare dalla Cina e dall’India.

Una esigenza che era avvertita da anni ma che si è definitivamente manifestata con la crisi pandemica, a fronte della carenza di anestetici necessari nelle terapie intensive ma anche di altri principi attivi come il salbutamolo (broncodilatatore), la metformina (antidiabetico), il diclofenac (antinfiammatorio). L’obiettivo è l’autosufficienza, l’autonomia strategica del sistema sanitario. Ed è condiviso da tutta la filiera. Da Farmindustria, con le sue duecento industrie farmaceutiche, a Egualia, che raggruppa una cinquantina di aziende che producono farmaci generici. Per arrivare ad Aschimfarma-Federchimica, a cui fa capo la produzione di principi attivi. Un progetto (già presentato al governo, per essere inserito nel Recovery Plan) che è destinato a creare, secondo le stime di Alisei, 11mila nuovi posti di lavoro, con un investimento complessivo di oltre 1,8 miliardi.

Loading...

«Aumentare l’indipendenza per le forniture dei prodotti sanitari è strategico per lo sviluppo di tutta l’Unione europea – dice Diana Bracco, presidente di Alisei -. L’Italia e la stessa Lombardia possono portare nel territorio italiano la produzione di farmaci e principi attivi, sia quelli nuovi sia quelli che oggi sono prodotti totalmente o in larga parte al di fuori dei confini Ue, per contribuire alla resilienza del nostro sistema sanitario». Anche perché, come spiega Paola Testori, special advisor di Alisei, «la dipendenza dalle importazioni costituisce un rischio per la salute, potenzialmente ancora più pericoloso nella situazione di crisi pandemica». L’obiettivo è invertire le percentuali. Oggi infatti il 40% dei farmaci utilizzati in Europa proviene da Paesi extra-Ue. E la Cina ha quasi il monopolio mondiale della produzione di materie prime per i principi attivi. Uno spostamento verso l’Asia spinto da minori vincoli normativi e da un costo del lavoro più basso. Tanto che Cina e India da tempo competono con prezzi mediamente più bassi del 25% rispetto a quelli europei: l’80% delle molecole arriva infatti dai due giganti asiatici. E lo spostamento si è fatto sentire, drammaticamente, proprio con la pandemia, tra problemi logistici, con il rallentamento dei trasporti, e il blocco delle esportazioni. Tra le aziende lombarde in prima fila ci sono Salf, di Cenate di Sotto (Bergamo), che produce farmaci iniettabili destinati quasi esclusivamente a strutture ospedaliere e a cliniche private, e Olon, che ha sede a Rodano (Milano), e opera nel campo dei principi attivi (oltre 300 molecole). Salf, che ha 190 dipendenti, ha già messo in cantiere nuovi reparti per la produzione di farmaci in asepsi (senza sterilizzazione finale, non tollerata da alcuni principi attivi). «Alcuni di questi prodotti sono utilizzati nelle terapie intensive – spiega Paolo Angeletti, uno dei tre soci fondatori dell’azienda bergamasca – e con la pandemia siamo stati costretti a importarli dall’estero, nonostante siano fondamentali per il nostro sistema sanitario. Abbiamo previsto un investimento di 15 milioni di euro in due anni. Un impegno rilevante per la nostra azienda, che fattura 33 milioni». A segnalare da anni il problema era Olon, (500 milioni di dollari di fatturato, 2.200 dipendenti e undici stabilimenti tra Italia, Spagna, Usa e India). «La dipendenza rende vulnerabile la nostra industria farmaceutica e il nostro sistema sanitario”» dice la presidente di Olon, Roberta Pizzocaro. «Un tempo l’Italia era il fiore all’occhiello dell’Europa per la produzione di principi attivi – prosegue Pizzocaro – e vogliamo riconquistare il primato. Per questo vogliamo ricollocarla in Italia e in Europa in modo strutturato. Ma la Ue e l’Italia devono favorire una supply chain interamente europea e alleggerire la burocrazia, che frena la produzione di nuove molecole e il reshoring». Oggi, tra principi attivi e prodotti intermedi, il 74% proviene dall’estero. «Abbiamo già riattivato la produzione di prodotti intermedi dei quali prima ci rifornivamo oltreconfine, riducendo l’importazione del 20% - spiega Pizzocaro – E abbiamo anche in corso una decina di casi di studio, che richiedo no però nuove tecnologie capaci di produrre la stessa molecola con un basso impatto ambientale».

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti