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Farmaci, la filiera cerca risorse: spazio per 25-30mila assunzioni

Le aziende del farmaco pronte a fare investimenti per 4,7 miliardi aggiuntivi in tre anni con progetti facilmente cantierabili che potrebbero portare alla richiesta di 8mila addetti

di Cristina Casadei

(chagpg - stock.adobe.com)

3' di lettura

Con un Pnrr solido e attrattivo, «le aziende del farmaco sono pronte a fare 4,7 miliardi di investimenti aggiuntivi in tre anni, in produzione e ricerca. Si tratta di progetti facilmente cantierabili che potrebbero portare 8mila addetti diretti in più solo nelle nostre imprese – racconta il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi -. Con l’indotto diventeranno almeno 25-30mila nell’arco del prossimo biennio». Questi sono soltanto i dati che riguardano la farmaceutica e che descrivono cosa accadrà nel settore nel medio periodo. Se, però, restringiamo il raggio temporale e prendiamo i dati del trimestre agosto-ottobre dell’ultimo bollettino Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, allora scopriamo che c’è in corso, già adesso, un forte dinamismo: il contatore di chimica, farmaceutica e gommaplastica segna 23.540 assunzioni programmate.

Un’industria in crescita

La farmaceutica, oggi, in Italia dà lavoro a 67mila addetti diretti, il 90% dei quali sono laureati e diplomati. Negli ultimi 5 anni l’occupazione nel settore è cresciuta del 12%, attirando anche molti giovani, se è vero che nello stesso periodo gli under 35 sono aumentati del 16%. E lavorando molto sull’equilibrio di genere, al punto che la componente femminile è pari al 43% del totale e, nella Ricerca & sviluppo, supera la metà, arrivando al 52%. A caratterizzare il settore, non solo in Italia, ma nel mondo, sono proprio gli investimenti in questo ambito. Citando l’ultimo report EvaluatePharma sugli investimenti mondiali in R&S, Scaccabarozzi dice che «nel periodo 2021-2026 saranno investiti 1.400 miliardi di dollari, ossia 110 in più rispetto ai trend dell’anno scorso, che si sommano ai 200 già investiti nel 2020».

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Primo produttore in Europa

Tornando in Italia e guardando avanti, la farmaceutica italiana sarà sempre più strategica tanto per il nostro paese, quanto per tutta l’Europa perché l’Italia è un po’ la “fabbrica” della Ue. Scaccabarozzi ricorda che, come paese, «abbiamo la responsabilità di essere il primo produttore in Europa: esportiamo il 90% della produzione. Durante la pandemia non ci siamo mai fermati e abbiamo velocemente messo in sicurezza lavoratori, laboratori e impianti per poter continuare a produrre perché non potevamo far aspettare i farmaci ai malati».

Aggiornamento continuo

Non che gli eventi dell’ultimo anno e mezzo e il mismatch non abbiano creato difficoltà anche alla farmaceutica, ma «il nostro è un mondo caratterizzato dalla programmazione e dalla velocità nella ricerca e nei cambiamenti della produzione - spiega Scaccabarozzi -. Questo fa sì che da un lato le figure professionali che abbiamo siano considerate strategiche e debbano però continuamente aggiornare le loro competenze. Dall’altro lato abbiamo invece bisogno di nuove figure con competenze aumentate, trasversali». Sono anche queste le ragioni per cui, da anni, le imprese si sono impegnate in concreti progetti con le scuole, gli Its e le università per avvicinare le nuove generazioni all’industria farmaceutica. I numeri di Farmindustria dicono che l’81% delle aziende realizza corsi di formazione continua, contro una media del settore manifatturiero del 38%.

La velocità di reazione

Trovare le nuove figure, però, non è facile, anche perché si deve tenere conto che oltre alla nuova occupazione, come quella che sarà generata dagli investimenti stimolati dal Pnrr, bisogna far fronte al ricambio generazionale e al turn over. Ad aiutare sono allora la forte programmazione e la velocità di reazione con cui il settore riesce ad affrontare le criticità che si presentano e ad attirare competenze nuove. Soprattutto perché «la ricerca oggi non è più in mano solo agli scienziati, ma anche agli ingegneri informatici, agli ingegneri biologici – continua Scaccabarozzi -. Tutto il digitale è fondamentale perché consente uno screening dei dati velocissimo e quindi di portare a termine rapidamente i progetti. L’evoluzione nel settore è tale che ci sono molte figure che ci serviranno da qui ai prossimi 5 anni di cui ancora non abbiamo neppure la job description».

L’importanza della ricerca

La ricerca, spinta dal digitale, corre velocemente e sta rivoluzionando anche le cure. Pensiamo solo «alla scoperta del genoma che sta dando informazioni e risultati importanti. Ha consentito che più del 30% delle terapie siano tarate sulla persona, in base al profilo genetico. Fino a poco più di 10 anni fa, quando si è scoperta, la mappa genomica costava circa 100 milioni di euro. Oggi il costo è di 300 euro e in prospettiva si ridurrà ancora fino ad avere un costo di poche unità. Ancora una volta questo cambierà cure e modo di fare ricerca e chiederà figure che abbiano competenze allargate su digitale e intelligenza artificiale».

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