a due anni dalla legge

Farmacie, liberalizzazioni al ralenti: il 2% è di proprietà delle catene

A due anni dalla legge sulla concorrenza che ha liberalizzato la proprietà delle farmacie si contano oltre 400 farmacie in mano a società di capitali con duemila addetti e un fatturato di 700 milioni: in pratica il 2% delle 19mila farmacie italiane.

di Marzio Bartoloni


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4' di lettura

A due anni dalla legge sulla concorrenza che ha liberalizzato la proprietà delle farmacie si contano oltre 400 farmacie in mano a società di capitali con duemila addetti e un fatturato di 700 milioni: in pratica il 2% delle 19mila farmacie italiane. Numeri ancora piccoli che secondo recenti stime nel giro di 3-5 anni potrebbero raggiungere quota 10%. Piccoli passi in avanti sulla strada delle liberalizzazioni che ha visto come fenomeno più evidente l’ingresso di alcuni grandi player, come la catena Boots che nei giorni scorsi scorsi ha aperto la sua sesta farmacia a Milano nella centralissima piazza del Duomo a cui se ne aggiunge una a Roma.

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I numeri e una riflessione sull’impatto della riforma che ha sostituto il limite delle quattro licenze per titolare con la possibilità per le società di capitale di ottenere la licenza e controllare fino al 20% delle farmacie di una Regione (resta l’obbligo della gestione assegnata a un farmacista) sono contenuti nel paper «Cinque domande sul capitale in farmacia» che l’Istituto Bruno Leoni pubblica a firma di Carlo Stagnaro. Un paper che prova a mettere in fila alcuni degli allarmi che erano stati avanzati alla vigilia della riforma e che l’attuazione pratica sembra al momento archiviare. A cominciare dal rischio di uno svilimento della professione e della riduzione della qualità dei servizi offerte ai consumatori che per l’Istituto Bruno Leoni si è dimostrata «infondato» perchè una catena di farmacie «ha un forte interesse a garantire un servizio di qualità elevata» altrimenti ne andrebbe di mezzo la reputazione di tutti gli esercizi che fanno parte di quel brand. Per i neolaureati in farmacia che hanno difficoltà in molti casi a diventare titolari c’è poi «la possibilità di rapportarsi con società più grandi e strutturate» che per l’Istituto rappresenta «non solo un’opportunità occupazionale aggiuntiva, ma anche e soprattutto un'occasione di intraprendere una carriera», compresa la direzione da affidare per legge a un farmacista iscritto all’albo.

Sull’altro rischio - quello legato alla creazione di monopoli, forse il più evocato - il paper oltre a ricordare i paletti (il tetto regionale del 20%, le notifiche delle acquisizioni di grandi gruppi all’Anitrust) cita le esperienze internazionali con diversi anni alle spalle e sottolinea come «solo in tre Paesi la quota di mercato del maggiore operatore supera il 20% (Lettonia, Lituania e Svezia); di questi Paesi solo due (Lituania e Svezia) presentano un elevato grado di concentrazione». Paesi tra l’altro - ricorda l’Istituto Bruno Leoni «poco popolosi» e nel caso della Svezia con un rapporto tra farmacie e popolazione più che doppio rispetto all'Italia. In più avverte ancora il paper «non risultano nei principali mercati europei rilevanti interventi antitrust per sanzionare abusi». In ogni caso la prospettiva di grandi concentrazioni appare lontana in Italia. Secondo le ultime stime di Iqvia nel giro dei prossimi 3 anni «le farmacie italiane appartenenti a catene reali non saranno più di una su dieci, ma assorbiranno quasi il 15% del mercato». Invece le farmacie organizzate in catene virtuali “forti” – cioè affiliazioni stringenti tra farmacie – «saranno all'incirca una su quattro, con una quota di mercato ben maggiore in proporzione, circa il 33%».

Si parte comunque dalle attuali 400 farmacie in mano a società di capitale. Un numero che per il presidente di Federfarma Marco Cossolo comprende tra l’altro una eterogeneità di soggetti: «Accanto ai grandi investitori ci sono società di capitale di singoli persone o anche cooperative tra farmacisti», avverte il numero uno dei farmacisti. Che chiede degli aggiustamenti alla normativa finché si è in tempo: «Il processo ormai è in atto e non si può tornare indietro, ma proprio perché il fenomeno è ancora limitato è necessario fare delle correzioni per evitare in futuro rischi difficili poi da arginare». Cossolo cita innanzitutto i paletti sulle acquisizioni: «Il tetto del 20% su base regionale non è sufficiente credo che si debba intervenire mettendo un tetto a livello nazionale o in alternativa bisogna intervenire sulla quota di capitale». C’è poi un altro punto che sta a cuore al presidente di Federfarma e che è legato alla realtà italiana: «C’è bisogno di più trasparenza sulla composizione del capitale sociale, questo per evitare che dietro ai soggetti investitori ci siano capitali di dubbia provenienza legati al riciclaggio». Federfarma parteciperà venerdì e sabato a Milano a Farmacistapiù, l’evento organizzato su iniziativa di Fofi, Utifar e Fondazione Cannavò: «Tra i temi - avverte Cossolo - ci sarà proprio quello delle aggregazioni tra farmacisti diventato un passaggio cruciale per questa professione, ormai il 50% del tempo è dedicato ad altre attività rispetto a quella principale di informare i cittadini sul farmaco. Per questo i servizi non core devono essere terzierizzati anche come risposta all’ingresso in Italia delle catene».

Secondo Claudio Jommi, docente della Sda Bocconi «l’Italia dopo gli interventi degli ultimi anni ha scelto un modello misto, più liberalizzato rispetto ad altri importanti partner europei come Francia e Spagna, ma mantenendo alcuni presidi regolatori come la pianta organica, seppur riformata per aumentare la disponibilità di punti vendita, o i limiti alla costituzione di catene di farmacie private che la differenziano da gran parte dei Paesi del Nord Europa». Si tratta per il docente di una «scelta condivisibile, che combina gli effetti attesi positivi della liberalizzazione e competizione indotta, in parte confermati da evidenze empiriche come l’incremento dei punti vendita e l’aumento dell'efficienza e dei servizi offerti, e della regolazione come a esempio la distribuzione equa delle farmacie sul territorio, evitando concentrazioni nelle aree urbane e più ricche». Jommi però avverte: «Per avere una valutazione di impatto della creazione di catene di farmacie private ci vorrà ancora un po’ di tempo: i numeri sull'ingresso delle catene nel mercato italiano sono infatti ancora piuttosto limitati».

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