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Faro dell’Europa sull’Italia, le norme ci sono ma non vengono usate

di Simona Rossitto

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4' di lettura

Il sistema legislativo italiano è in astratto idoneo, ma l’applicazione delle norme in materia di violenza contro le donne non ha ancora superato l’esame dell’Europa. Pur riconoscendo l’impianto generale e lo sforzo compiuto dal nostro Paese in questo campo, ci sono ancora dei nodi da risolvere: la carenza di dati, l’inadeguata risposta della giustizia soprattutto quella civile, la cultura patriarcale e sessista che è il terreno fertile dove nasce la violenza. Oltre a queste problematiche, i centri anti violenza, strutture cardine per combattere il fenomeno, sollevano la questione delle risorse limitate e della loro distribuzione, individuando uno dei colli di bottiglia nei criteri disomogenei adottati dalle Regioni per l’erogazione dei fondi. In più, in ragione della pandemia e degli sconvolgimenti nelle organizzazioni familiari che ha comportato, le associazioni chiedono nuova attenzione per i risvolti del Covid non solo direttamente sulla violenza, ma sull’empowerment delle donne, fattore cruciale perché le vittime riescano a intraprendere un percorso nuovo.

Tornando all’Europa, entro il 31 marzo, l’Italia, tenuta ancora sotto sorveglianza, dovrà dare risposte adeguate nell’ambito della procedura attivata dopo la sentenza della Corte europea di Strasburgo per il caso Talpis. Una vicenda per cui il nostro Paese è stato condannato nel 2017 per l’inadeguatezza delle autorità nell’impedire al marito di tentare di uccidere la moglie e uccidere il figlio, intervenuto per difendere la donna. La decisione della Corte ha avuto come effetto l’avvio della procedura di esecuzione davanti al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che, nel bilancio d’azione di ottobre scorso, pur lodando gli sforzi compiuti dalle autorità per prevenire e combattere la violenza, non si dice soddisfatto. L’organo esecutivo sottolinea in particolare l’importanza cruciale di una risposta «adeguata, efficace e rapida» da parte delle forze dell’ordine e della magistratura agli atti di violenza domestica per garantire la protezione delle vittime e, nel contempo, garantire loro accesso effettivo a un sostegno e un’assistenza adeguati. Per Titti Carrano, avvocata che ha seguito il caso Talpis e già presidente della rete di centri anti violenza D.i.Re, «il governo deve ora intervenire in modo adeguato, rispondendo agli obblighi che provengono dalla Convenzione di Istanbul, ma deve anche pensare a misure affinché il diritto venga garantito e non si trasformi in un percorso a ostacoli, incorrendo nel caso della rivittimizzazione, per cui la donna, già vittima di violenza, diventa di nuovo vittima una volta avviato il procedimento in tribunale».

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Anche l’ultimo rapporto Grevio, gruppo di esperti che monitora l’applicazione della Convenzione di Istanbul sulla violenza da parte degli Stati membri, se da un lato riconosce i progressi compiuti nella promozione dell’uguaglianza di genere, dall’altro rileva varie criticità nella risposta italiana alla piaga. Tra i vulnus riscontrati, ci sono l’assenza di comunicazione e coordinamento inter-istituzionale e la tendenza del sistema a esporre al rischio di rivittimizzazione le madri che, denunciando la violenza, vogliono proteggere i propri figli. Dalla pubblicazione del rapporto è passato quasi un anno, ma non si sono riscontrati, dicono le associazioni, progressi significativi. La parte sulla giustizia, spiega Simona Lanzoni, parlando come vicepresidente di Pangea Onlus, «non è migliorata; mentre il processo penale continua a funzionare, quello civile presenta molti punti oscuri». A causa della pandemia, anzi, si riscontrano difficoltà maggiori nell’interazione tra avvocati che difendono le vittime e i magistrati, nonché difficoltà nelle modalità dell’audizione della vittima.

Sul fronte della raccolta dei dati, punto debole individuato anche da Grevio, potrebbe presto esserci una soluzione di carattere legislativo. L’ultimo rapporto Istat completo sulla violenza, che decreta come ne siano vittima 6,7 milioni di donne, risale al 2014; la prossima indagine è attesa per il 2021-2022, ben 8 anni dopo la prima, mentre sarebbero sufficienti tre-quattro anni per cogliere i cambiamenti della società. Su questo versante la risposta potrebbe dunque essere rappresentata dal disegno di legge “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere”, a prima firma della senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio, che demanda all’Istat la realizzazione con cadenza triennale di indagini campionarie dedicate al fenomeno.

La lotta alla violenza bisogna ricordare che non si fa, secondo la Convenzione di Istanbul, solo punendo i colpevoli e proteggendo le donne, ma anche facendo prevenzione. E per questo occorre agire sul fronte culturale che vede il nostro Paese, pure secondo il giudizio di Wave, la rete europea dei centri anti violenza, indietro rispetto ad altri. «Dal mio osservatorio – spiega la presidente, Antonella Pirrone - emerge una cultura sessista in termini di linguaggio, stereotipi, pregiudizi».

Il prossimo appuntamento con il rapporto del Grevio ci sarà tra quattro anni; l’Italia avrebbe, quindi, il tempo di allinearsi maggiormente al dettato della Convenzione di Istanbul. Un banco di prova importante, nel frattempo, è rappresentato dal nuovo piano strategico anti violenza su cui domani comincerà la discussione nella conferenza straordinaria, convocata dalla ministra per le Pari opportunità Elena Bonetti, con tutti gli attori del sistema. Una prima occasione per trovare provare a risolvere le criticità ancora presenti.

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