mirabilia

Farsi fare le carte da Dalí

Riedito da Taschen (in cofanetto), il mazzo di tarocchi del maestro surrealista Nella simbologia, il pittore trovò l’occasione per un grande “ripasso” dell’arte occidentale

di Stefano Salis


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4' di lettura

La leggenda narra che persino per il facoltosissimo Albert Broccoli, storico produttore dei mitici film di 007, un gigante dell’arte come Salvador Dalí si rivelò essere troppo esoso. La storia del possibile, e, poi, mancato incontro, della “strana coppia” Bond-Dalí risale al 1973. Quando, per il film Vivi e lascia morire (il primo senza Connery e con Roger Moore all’esordio nei panni dell’agente britannico), il produttore pensò appunto di fare le cose in grande. Nella sceneggiatura era previsto che Miss Solitaire (Jane Seymour), giovane e bella cartomante, per ben due volte si legasse a 007 “pescando” una carta precisa, gli amanti: ovvia la conclusione. Ecco, per quel mazzo di Tarocchi, Broccoli aveva pensato a un autore d’eccezione, il pittore catalano. Il quale, dapprima, accettò con entusiasmo, ma poi, com’è come non è, la cosa non andò in porto: Dalí voleva troppi soldi. Non se ne fece nulla. Eppure Dalí non abbandonò l’idea (per il film il mazzo fu realizzato dall’artista Fergus Hall, e capite la differenza).

E, dunque, il genio di Figueres realizzò davvero il mazzo di “tarocchi surrealisti”. Lo pubblicò in edizione privata nel 1984, ormai alla fine della carriera (ne vanno all’asta ogni tanto delle copie e superano i 500 euro). E oggi torna, in edizione elegante, cofanetto in vellutino viola, per Taschen (mazzo di 78 carte, libro di pagg. 184, € 50, lingue italiana, spagnola e portoghese). Si tratta di un mazzo di eccezionale qualità, pittorica, simbolica, filosofica; e ludica. Ho parlato di leggenda perché nei dotti interventi che accompagnano il mazzo (racchiusi in un libro che spiega di ogni carta genesi, simbologia e citazioni iconografiche), della vicenda di 007 non viene fatta menzione. Eppure qualcosa è successo: e gli indizi ci sono.

Ma procediamo con ordine. Indubbiamente i tarocchi di Dalí (un tema che lo affascinava da anni e al quale non poteva certo essere insensibile – essendo i tarocchi un’espressione in miniatura di quello che lui faceva in pittura: ogni carta, ogni onore, ogni arcano un denso portato di significati e allusioni, esattamente come tutta la sua arte, la sua vita) non sono uno sterile esercizio commerciale. L’artista aveva già realizzato un mazzo di carte da gioco nel 1966 ma i tarocchi erano qualcosa di più. In ogni carta, Dalí colse l’occasione di interpretare la simbologia alla luce delle sue (straordinarie) competenze pittoriche (di suo era prolificissimo, oltre 1600 opere censite, solo per i quadri), della sua tecnica di sovrapporre figure in maniera del tutto arbitraria e analogica, facendo emergere dalle immagini ottenute nuovi significati, e, ovviamente, inserendo lui stesso e la adorata moglie Gala (ma anche altri, tra cui Amanda Lear) nel novero dei personaggi.

Dalí si autoritrae nel Mago, primo arcano maggiore, sfondo della Saint Chapelle di Parigi: firma dell’opera, significato letterale non troppo difficile da individuare ma anche messa in abisso, con la citazione di alcune sue opere celebri (l’orologio disciolto), e gli oggetti della sua «Ultima cena»: con i suoi tipici occhi spiritati, lui è al posto di Cristo, e ci fissa. Gala è l’arcano 3, l’Imperatrice. Il volto di Gala è messo in una citazione da Delacroix; globo, scettro e stelle indicano fertilità, fede e controllo della propria vita, un aspetto al quale Dalí credeva molto. Gli Innamorati (sesto arcano) sono evidentemente «Nettuno e Anfitrite» di Mabuse (Jan Grossaert, pittore del pieno rinascimento fiammingo), la Giustizia rimanda a Cranach il Vecchio, l’Eremita indossa le vesti del Luca Pacioli di Jacopo de’ Barbari, nella ruota della fortuna l’immaginario deriva da uno dei libri più belli di sempre, Il libro d’ore del Duca di Berry.

E si potrebbe continuare con, tra i molti, van Dyck, Girolamo Genga, Ingres, la Maria Antonietta di Marie Louise Vigée-Lebrun (regina di bastoni), de La Tour, nel 5 di bastoni si indovina il «Bacio di Giuda» di Barna da Siena e così via. Dalí squaderna una minuziosa conoscenza della storia dell’arte. Oltre ad avere scritto, per la rivista «Studium», da lui fondata nel 1919 (era del 1904 e aveva già esposto: pensate a quanto fosse precoce!) un profilo di grandi maestri della pittura, notava, nella sua autobiografia La mia vita segreta, a proposito delle monografie d’arte donategli dal padre: «Imparai a memoria tutte le riproduzioni di capolavori, passavo intere giornate a contemplarle». «Ebbero nella mia vita un’influenza decisiva».

Che Dalí dovesse diventare «pittore eccellente» era destino, ma che in questo mazzo di carte si potesse celare un messaggio più importante e solido di quanto non sembri a prima vista, è, forse, il momento di riscoprirlo. I tarocchi, come i miti, le favole, i sogni sono linguaggi simbolici che solcano il confine tra realtà e immaginazione, appartenendo ciascuno, allo stesso momento, ad entrambi i mondi e a uno solo. Come l’arte, in definitiva, capace di potenziare nella percezione individuale e collettiva la realtà che ci circonda e darcene una versione altra, più acuta, profonda, veritiera. Era la lezione che Dalí ribadì continuamente con la sua opera pittorica e con queste insistite citazioni di tutta la tradizione che lo ha preceduto, portando la storia dell’arte fino a lui.

Ma, per tornare alla leggenda iniziale, appunto, sebbene taciuta nel libro, è davvero singolare che l’arcano numero 4, l’Imperatore, opera, questa, del tutto originale di Dalí per il mazzo, porti, inequivocabile, il volto di Sean Connery. Forse la vicenda ha dunque degli aspetti di verità, e Dalí non si fece sfuggire la possibilità di canzonare l’andamento del contratto per il film, restituendo a Connery il vero e unico diritto di vestire i panni di 007. Fa pensare, poi, che la musica e la omonima canzone-firma del film era stata commissionata, scritta e cantata da Paul McCartney, reduce dal recente scioglimento dei Beatles. Evidentemente, una pop star mondiale di valore assoluto della musica leggera ancora non poteva avvicinare, anche economicamente, un genio come il funambolico artista catalano. Ma, forse, non era (solo) questione di soldi. C’era in ballo – e Dalí lo sapeva – molto, molto di più: la realtà e il surrealismo; l’arte e, dunque, la vita: gioco così complesso e imprevedibile che nemmeno i tarocchi, purtroppo, possono svelare.

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