il graffio del lunedì

Fase 2 anche per il calcio. In attesa di capire il destino dei campionati

Questo primo semaforo verde non significa che verrà dato anche il via libera agli allenamenti collettivi o alla ripresa del campionato di serie A

di Dario Ceccarelli

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Questo primo semaforo verde non significa che verrà dato anche il via libera agli allenamenti collettivi o alla ripresa del campionato di serie A


4' di lettura

Dai e dai, una botta di qua e una di là, questo lunedi anche il mondo del calcio entra nella fase 2 superando le resistenze del ministro Spadafora e di quanti nell’esecutivo erano contrari alla ripartenza.
E così il governo, per evitare di di essere preso in contropiede dalle ordinanze delle Regioni (che avevano dato l’ok agli allenamenti individuali anche per gli sport di squadra) ha dato il via libera alla ripresa degli allenamenti per le squadre di serie A.

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Allenamenti al via ma solo individuali
Come si legge in una circolare, che sembra scritta per far venire un forte mal di testa, gli allenamenti devono comunque rimanere individuali. E allo scopo di permettere la graduale ripresa delle attività sportive, si legge nel comunicato, «è consentita anche agli atleti e non, di discipline non individuali, come a ogni cittadino, l’attività sportiva individuale, in aree pubbliche o private, nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri e rispettando il divieto di ogni forma di assembramento».

Anche se non è facile capirci qualcosa, la sostanza è questa: in appositi impianti chiusi, riservati ai calciatori e al personale della società, i calciatori si potranno allenare senza però toccarsi, scontrarsi e fare gruppetti che si trasformino assembramenti potenzialmente pericolosi per il contagio.

Evitare “zone franche”
Intendiamoci: questo è solo un primo passaggio. Se si vuole una marcia indietro per evitare una ripartenza in ordine sparso provocata dall’iniziativa di alcune Regioni (Emilia-Romagna, Campania, Lazio, Sardegna ) che avevano firmato un’ordinanza locale per dare il via ai ritiri. Una situazione imbarazzante disinnescata dal ministro Spadafore per evitare che squadre come il Sassuolo o il Napoli, la Roma e la Lazio, potessero partire e altre - per esempio la Juventus, l’Inter o il Milan - rimanessero bloccate. Pericolo scampato. Da lunedi 4 maggio quindi si parte. Le prime saranno il Sassuolo e il Cagliari, martedì l’Inter ad Appiano Gentile. E poi via via tutte le altre.

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Ma una precisazione è d’obbligo: questo primo semaforo verde non significa che verrà dato anche il via libera agli allenamenti collettivi o alla ripresa del campionato di serie A, vero nocciolo della questione del cui esito non vi è nessuna certezza.

Calcio terza azienda del Paese
Tutto può ancora succedere. Il calcio sa come farsi sentire, è la terza azienda del Paese. Ma al momento, anche se i rapporti tra Lega Calcio e il ministro Spadafora si sono ammorbiditi, siamo ancora in alto mare. Nel governo, come nell’opinione pubblica, i dubbi sono tanti. Una parte, guidata soprattuto dal ministro dello Sport, spinge per imitare la Francia, cioè staccare la spina a ogni ripartenza. Ma c’è anche una componente più morbida, soprattuto una parte del Pd, che invece spinge per una linea meno rigida. Chiudere il calcio, dicono, vuol dire dare una mazzata anche ad altri sport meno ricchi che però fruiscono del gettito fiscale versato dal pallone allo Stato. Insomma, un guazzabuglio - e ci mancava la politica - dove tutto s’intreccia: sicurezza, enormi interessi economici e funzione sociale del calcio in paese psicologicamente stremato.

Resto d’Europa in ordine sparso
Anche all’estero si va in ordine sparso. In Germania, più orientata a una ripartenza, mentre si discute sul da farsi tre giocatori del Colonia sono stati trovati postivi al virus. In Inghilterra la Premier League sta cercando di concentrarsi sulla scelta degli stadi, in modo che siano lontani dai centri abitati e vicini ai ritiri delle squadre. A fine mese ripartiranno invece i campionati di Portogallo, Polonia e Danimarca.

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L’incredibile silenzio dei calciatori
Insomma, dovunque ci si pone delle domande. Si discute. E cerca di capire quanto sia possibile, anche nel calcio, non far confliggere sicurezza e ripresa della normalità, passione e business. Tutti parlano, anche chi non ha titoli per farlo. Colpisce, soprattutto in Italia, l’assordante silenzio dei maggiori interessati: i giocatori. A parte qualche voce isolata, come quella di Damiano Tomasi, presidente dell’Associazione calciatori (poco propenso a una ripartenza) i big non si pronunciano, quasi in campo ci dovesse andare qualcun altro. E dire che molti di loro (Dybala è il caso più noto) sono stati colpiti dal virus.

Un silenzio imbarazzante. Parlano di tutto, si fanno fotografare mentre giocano col cane o scherzano sui social, ma sulla cosa più importante, tacciono. Soprattutto i grandi campioni. Hanno tutto dalla vita, ma il dono della parola, evidentemente, non è compreso nel contratto.

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