Ripartenza

Ecco chi decide le chiusure se aumenteranno i contagi dopo il 4 maggio

Gli «indicatori» per l’allerta sono di tre tipi:  capacità di monitoraggio dei casi; capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti; stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari

di Marzio Bartoloni

Coronavirus, ecco la trasmissibilità regione per regione

Gli «indicatori» per l’allerta sono di tre tipi:  capacità di monitoraggio dei casi; capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti; stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari


3' di lettura

Siamo alla vigilia dell’inizio della Fase due, quella di convivenza con il virus. Che potrà sempre rialzare la testa facendo schizzare di nuovo in alto la curva dei contagi. Un effetto riaperture con un aumento dei casi se lo aspettano gli stessi esperti e i virologi, visto che si muoveranno milioni di lavoratori. E allora cosa accadrà?

Sicuramente non si tornerà a un lockdown totale, piuttosto se sarà necessario si parla di nuove zone rosse, mini lockdown mirati a livello locale per chiudere le attività produttive. Con l’avvertenza che in caso di boom di contagi si tornerebbe alla casella iniziale: la Fase uno, con il lockdown generalizzato per area o regione.

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La circolare del ministero della Salute
Ma come decidere le nuove misure restrittive? Il ministero della Salute sta per pubblicare una circolare messa a punto con le Regioni con i criteri che faranno scattare l’allarme rosso. Secondo la bozza in possesso del Sole 24 ore gli «indicatori» , con tanto di algoritmi, sono di tre tipi. Innanzitutto la «capacità di monitoraggio» dei casi: sotto la lente l’andamento dei i nuovi casi notificati alla Protezione civile con un occhio particolare ai casi delle Residenze sanitarie per anziani (per evitare allerte il 60% dei dati deve essere in miglioramento). Poi si valuterà la «capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti»: dalla percentuale di tamponi effettuati alla disponibilità di risorse umane e di test per tracciare i contatti dei positivi (il contact tracing) e di strutture per quarantene e isolamento.

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Infine ci sono gli indicatori di «risultato relativi a stabilità di trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari»: qui peserà il famigerato l’R-t, il parametro che misura la velocità di trasmissione del virus che non dovrà superare 1, la presenza di focolai di trasmissione ma anche gli accessi ai pronto soccorso di pazienti Covid e i tassi di occupazione dei posti letto in terapia intensiva e in area medica (per i ricoveri ordinari). Qui l’allerta scatterà a esempio se ci sono casi in aumento negli ultimi 5 giorni anche se avverte la bozza della circolare «nei primi 15-20 giorni dopo la riapertura è atteso un aumento nel numero dei casi». per cui in questa fase le allerte andranno valutate in base agli altri indicatori a ivello regionale.

Cosa accade se c’è aumento dei casi?
È il Dpcm a delineare il percorso verso l'apertura di nuove zone rosse. L'articolo 2 sottolinea come le Regioni dovranno monitorare tutti i giorni i dati e le condizioni di «adeguatezza del sistema regionale sanitario» e nel caso emergesse «un aggravamento del rischio sanitario» il governatore proporrà al ministro della Salute «le misure restrittive necessarie e urgenti per le attività produttive delle aree del territorio regionale specificamente interessate dall'aggravamento».

Un aggravamento del rischio sanitario che il decreto affida appunto ai criteri che il ministero della Salute stabilice nella circolare basandosi anche sull'allegato 10 al Dpcm in cui vengono indicati una serie di «principi per il monitoraggio». Se la situazione è gestibile, magari con l'attivazione di mini zone rosse a livello locale, potrà continuare la Fase due altrimenti in caso di difficoltà a tenere sotto controllo la situazione si potrebbe tornare a un lockdown da Fase uno.

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