antropologia

Fat shame: l’ossessione per il peso e il disprezzo per i grassi

Il peso si è trasformato in un attributo morale che genera disagio e vergogna. Colpa (anche) degli attivisti animalisti, del movimento slow food, di vegetariani e vegani

di Giuseppe Sciortino

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Dipinto di Enrico Robusti, Fontanellato (Parma), Labirinto della Masone

Il peso si è trasformato in un attributo morale che genera disagio e vergogna. Colpa (anche) degli attivisti animalisti, del movimento slow food, di vegetariani e vegani


4' di lettura

Si dice che anche i ricchi piangano. Di sicuro, ingrassano. Fat Shame. Lo stigma del corpo grasso, di Amy Erdman Farrell, è una critica di una delle maledizioni della modernità.

Per decine di migliaia di anni, gli umani hanno avuti corpi bassi e striminziti, al più patologicamente gonfi. Meno di due secoli, e siamo ai girovita traboccanti, alle vistose pappagorge, ai vestiti dove non si entra e agli amari responsi mattutini delle bilance. Quale dei nostri antenati avrebbe mai immaginato che la salute dei bambini italiani fosse messa in pericolo non dalla fame, ma l’obesità?

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I bambini italiani

Secondo l’Istat, tre bambini su dieci (e più di un quinto delle bambine) sono seriamente sovrappeso. Tra gli adulti, va persino peggio. I magri e i muscolosi scarseggiano. Se una modella mostra su Instagram le proprie costole, il risentimento delle masse è tale da scatenare ondate di ostilità di inaudita ferocia.

Non sempre al cambiamento della realtà segue un cambiamento nell’immaginazione. Per il peso è successo. Decine di migliaia di anni di Veneri di Willendorf più larghe che alte, di puttini rubicondi, di santi (persino martiri) piuttosto in carne: tutto svanito. Le immagini di cui ci circondiamo, le icone del desiderabile, sono uomini e donne filiformi, con addomi scolpiti e percentuali di massa grassa da prefisso telefonico.

Bisogna ricordare che sono immagini del desiderabile, non necessariamente del desiderato: le ricerche internazionali ci confermano che in giro per il pianeta tutti desiderano essere più magri, più “in forma”. Gli stessi intervistati, tuttavia, dichiarano allo stesso tempo di essere personalmente attratti da (potenziali) partners moderatamente sovrappeso, quelli che le nonne vittoriane avrebbero chiamato pleasantly plump e quelle napoletane «che tengono sostanza».

Si aspira a ciò che non si desidera

Che si aspiri a ciò che non si desidera è un dato della natura umana che vale per tanti campi della vita. Nel caso del peso, tuttavia, è interessante la rapidità con la quale l’essere grassi è divenuto una vera e propria fonte di vergogna e di disagio. Chi è obeso, o anche solo sovrappeso, porta uno stigma difficile da evitare.

Il cuore del libro della Farrell è una denuncia bene argomentata: il peso è diventato un criterio di stratificazione sociale, una fonte di status e diseguaglianza strettamente intrecciata alle più note differenze di classe, di genere, di razza e di etnia. Il peso discrimina tra categorie di corpi superiori e inferiori, tra puri ed impuri.

L’ostilità e il disprezzo per le persone grasse, prosegue Farrell, non si può spiegare con l’ossessione per la salute. Ha piuttosto a che fare con il significato attribuito al grasso: si è trasformato in attributo morale. Essere grassi non è più solo un fatto estetico. È un indicatore di un difetto di costituzione, ma soprattutto di una vita mal spesa. Neanche più cattiva salute, ma ignoranza o accidia. Cosa che giustifica per molti la ritrosia a dare opportunità o ad assumere i grassi. Difficile per i grassi mantenere la propria autostima quando praticamente chiunque si incontri – incluso i propri cari - si sente autorizzato a far predicozzi a ogni piè sospinto.

La moralizzazione dell’essere grassi, secondo Farrell, è peggiorata con l’insorgere dell’attivismo alimentare e la diffusione delle scelte vegetariane e vegane. La comunicazione di questi movimenti è incentrata sul disgusto per il grasso, che viene associato a uno stile di vita deprecabile. Si può essere d’accordo o meno con la Farrell, ma un libro che in un colpo solo mette sul banco dei cattivi gli attivisti animalisti, il movimento slow food, i vegetariani e i vegani merita di merita di essere letto.

Fat Shame

Fat Shame, come molti libri di denuncia, funziona abbastanza bene nel descrivere il fenomeno, mentre lascia un po’ insoddisfatti nello spiegare e nel proporre. La stigmatizzazione del grasso viene infatti ricondotta, sbrigativamente, ai soliti interessi commerciali che vorrebbero vendere diete, farmaci e apparecchi vari. Spiegazione non particolarmente convincente. Come persino Foucault aveva alla fine scoperto, il mercato è l’unica forma di organizzazione sociale che non richiede alcuna normatività intrinseca. Si possono far soldi vendendo la promessa di essere magri come di essere grassi, ci si può specializzare nelle taglie 38 come nelle XXL.

Né sembra convincente l’idea di invocare l’esempio dei diritti civili, definendo i grassi come un gruppo sociale discriminato meritevole di interventi legislativi volti a proteggerli. Per una rivendicazione di questo genere, bisognerebbe che il peso venisse definito socialmente come costitutivo della persona, non malleabile e neutrale sotto il profilo della salute. Cosa piuttosto difficile da immaginare.

La Farrell ritiene che tutti i corpi siano validi e che nessuno dovrebbe essere criticato per le proprie apparenze. Ma è davvero possibile? Le relazioni sociali generano inevitabilmente aspettative normative. Non esiste affetto tra gli umani senza la costante tentazione di cercare di contribuire a rendere il proprio oggetto d’amore un po’ migliore. L’affetto incondizionato della mamma e la sua tendenza a ricordarci continuamente che siamo un po’ troppo cicci (mentre il cugino è assai in forma) sono due lati della stessa medaglia.

Fat shame. Lo stigma del corpo grasso, Amy Erdman Farrell, Tlon, Roma, pagg. 368, € 15.20

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