editorialeil viaggio del papa

Fatima e quel filo che lega Bergoglio alla Storia

di Bruno Forte

(ANSA)

5' di lettura

In quel 1917, che con l’avvicinarsi della fine della prima guerra mondiale segnava l’effettivo inizio storico del Novecento al di là del mero inizio cronologico, rimasto in perfetta continuità con l’Ottocento liberale e borghese, dal 13 maggio al 13 ottobre a Fatima in Portogallo tre ragazzi vissero una straordinaria esperienza di ascolto e di visione della Vergine Maria. Da lei affermarono di aver ricevuto un messaggio da trasmettere al mondo, il cui contenuto era effettivamente di singolare portata profetica: vi si annunciavano i grandi eventi del secolo da poco iniziato, le immani violenze che lo avrebbero caratterizzato, i totalitarismi ciechi che vi si sarebbero affermati, la loro fine, le persecuzioni dei credenti e la testimonianza fedele di molti di essi, culminante nel sigillo di sangue versato dal «Vescovo vestito di bianco, che prega per tutti».

Molti hanno riconosciuto in Giovanni Paolo II, gravemente ferito dall’attentato subito nel 1981, il realizzarsi anche di questa profezia. Certo è che un legame speciale ha unito il Papa polacco a Fatima, dove egli volle recarsi pellegrino più volte.

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Ecco perché vorrei accostarmi al messaggio di quelle apparizioni, che la visita di Papa Francesco ha riproposto a tutti, partendo da alcuni versi di Karol Wojtyla, che evocano intensamente il mondo interiore della Madre di Gesù a partire dall’ora dell’annunciazione: «Questo momento, di tutta la vita, da che lo conobbi nella parola, / da quando divenne mio corpo, nutrito in me col mio sangue, / custodito nell’estasi / cresceva nel mio cuore in silenzio, / tra i miei stupiti pensieri e il lavoro quotidiano delle mie mani. / Questo momento è di nuovo così intatto, al suo culmine, / perché di nuovo T’incontra: / manca solo quella goccia alle ciglia / dove i raggi degli occhi si dileguano nella frescura dell’aria. / Ma l’immensa stanchezza ha ormai trovato la sua luce, il suo senso».

Sono versi che riassumono la vicenda di Maria di Nazaret, esprimendo al tempo stesso il significato per tutti di quanto avvenuto in lei, con un’intimità che abita le parole rendendole gravide di un colloquio con lei antico e costante, fatto di ascolti, d’invocazioni, di confidenza tenera e profonda. Da tutto questo viene una luce singolare anche sul pellegrinaggio che ha portato Papa Francesco, secondo successore di Giovanni Paolo II, sul luogo dove i tre pastorelli ricevettero il messaggio esattamente un secolo fa: se tutti i viaggi di questo Papa hanno un significato proprio e originale, se quello recente in Egitto è stato il denso compendio di quanto va detto al mondo sulla necessità del dialogo ecumenico e interreligioso nell’ineliminabile fedeltà alla verità, questo pellegrinaggio a Fatima nel centenario degli eventi che profetizzarono il secolo XX si presenta come un tributo d’amore personalissimo che il Papa “venuto dalla fine del mondo” ha voluto rendere alla Madre del Signore. In Maria Begoglio testimonia di aver trovato conforto e aiuto in tutte le ore della Sua vita, rinnovandole affidamento e amore tanto nelle visite al Santuario della Virgen de Luján a Buenos Aires, quanto in quelle nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

A Lei Francesco ha inteso consegnare il secolo, la cui chiave di comprensione era stata offerta ai tre “piccoli della terra” nelle ore drammatiche in cui con l’avvicinarsi della fine della prima guerra mondiale e l’imminente rivoluzione bolscevica tramontava l’ottimismo liberale del progresso, tipico dell’800, e si apriva il tempo delle grandi crisi, dei totalitarismi e delle velocissime trasformazioni della tecnica, il “secolo breve” (Eric Hobsbawm) delle grandi conquiste scientifice e mediatiche, del trionfo violento e del non meno traumatico declino delle ideologie prodotte dalla ragione moderna. La biografia di Jorge Mario Bergoglio si intreccia talmente a questi eventi, che il suo tributo alla Vergine venerata a Fatima è un riconoscimento solenne di quella chiave di comprensione del secolo, che nelle apparizioni fu consegnata ai tre pastorelli.

Questa chiave è il centro e il cuore del messaggio, instancabilmente proclamato da Papa Francesco: Dio solo è il Signore della vita e della storia; un’umanità senza Dio è un’umanità più povera, non più libera e felice; solo un affidamento umile e innamorato al Signore assicura speranza per il mondo. È quanto aveva espresso con parole semplici la più grande dei tre pastorelli, Suor Lucia, descrivendo l’esperienza vissuta: «La forza della presenza di Dio era così intensa, che ci assorbiva e annichiliva quasi completamente. Sembrava privarci anche dell’uso dei sensi corporali. La pace e la felicità che sentivamo erano grandi, ma tutte interiori, con l’animo completamente raccolto in Dio». In Dio questo Papa ha vissuto gli eventi della sua vita, dagli anni della formazione e delle non facili responsabilità affidategli sin da giovane nella Compagnia di Gesù, a quelli della resistenza ferma alla violenza della dittatura e del coraggioso impegno per salvare tante vite innocenti, fino al ministero universale di vescovo di Roma: questo essere raccolto in Dio, sull’esempio del suo Ignazio di Loyola, è la sua forza, la sorgente della sua libertà, ciò che dà conferma delle sue ragioni.

Il suo pellegrinaggio a Fatima, da Colei che la fede saluta madre dei poveri e vincitrice dei potenti, è stato un confessare nella maniera più alta che il secolo iniziato potrà evitare le tragedie di quello che si è concluso a una sola condizione: il ritorno a Dio. «Il XXI secolo o sarà mistico o non sarà»: questa frase di André Malraux sembra risuonare in tutta la sua forza nel gesto del Papa pellegrino dell’anima al luogo dove - nella corona posta sul capo della piccola statua di Maria - è incastonato il proiettile che il 13 maggio 1981 non riuscì a fermare San Giovanni Paolo II, segno che i disegni del Signore erano altri e che l’annuncio ai piccoli pastori riguardo alla signoria e alla vittoria di Dio non era stato smentito. L’Eterno si rivela anche così come il Signore della storia, ben al di sopra dei potenti di questo mondo: e il messaggio di Fatima - apparentemente incredibile al momento in cui fu dato - suona oggi ricco di una straordinaria potenza, fonte di speranza al di là del naufragio delle presunzioni ideologiche e di impegno al di là di ogni rinuncia ad amare e a giocare la vita per gli altri. Come ha detto Papa Francesco, Maria «ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo».

Ai credenti un tale messaggio chiede di essere non meno, ma più testimoni di Dio e del Suo primato; ai non credenti pensosi esso pone con forza i grandi interrogativi sulla vita e sulla morte, sul male e sul bene, invitandoli all’ascolto del Mistero e alla passione per la Verità, oltre tutte le derive deboliste di una certa post-modernità. Sapranno gli uni e gli altri essere all’altezza della promessa e della sfida? Il Papa pellegrino a Fatima lancia a tutti queste domande, al tempo stesso scomode e necessarie, e indica la via per trovare la luce di risposte affidabili ad esse...

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