Anniversari

Fatti, non retorica: l’esempio di Baffi

A trent’anni dalla morte, un volume restituisce l’impegno e la complessità dell’azione del governatore della Banca d’Italia tra il 1975 e il 1979: uno dei tornanti più fragili della storia italiana

di Mauro Campus

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4' di lettura

Sono passati trent’anni dalla scomparsa di Paolo Baffi: un periodo complessivamente breve, eppure un’era geologica se comparata alle fratture e ai cambiamenti vissuti dall’Italia negli ultimi decenni. Sebbene manchi un bilancio biografico della vicenda di quest’uomo fuori dall’ordinario, molto si è detto e qualcosa si è scritto in proposito: qualche volume antologico, un po’ di memorialistica celebrativa di allievi e collaboratori, qualche affondo sull’ignominioso attacco giudiziario che mise fine alla sua guida di Via Nazionale.

Più che opportuno è dunque un libro miscellaneo che analizza i problemi che negli anni da governatore Baffi affrontò: problemi figli dell’intreccio fra la dimensione globale del sistema economico e i sedimenti politici nazionali. Va precisato che, per comprenderne il valore, la lezione di Baffi va liberata dall’aura mitica che la circonfonde. E questo anche perché, se c’è un luogo comune con cui Baffi non avrebbe voluto essere identificato, è la retorica un po’ ipocrita dell’eroismo civile. Anzi, di quella retorica egli fu – ed è – una vittima illustre.

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Intellettuale scettico e schivo, studioso rigoroso rispettato per il suo acume, Baffi era dotato di un’incredibile dedizione al lavoro: e furono queste le doti – insieme a una risoluta caparbietà e alla capacità di valorizzare le idee dei suoi collaboratori – che qualificarono il suo mandato di governatore. I sei saggi che compongono il libro danno conto di tutto ciò in maniera equilibrata, evidenziando un senso di continuità tra la cultura dell’economista e la pratica che egli si trovò ad attuare. Si tratta di contributi che illustrano la concreta solidità del programma scientifico di Baffi davanti ai problemi che componevano l’agenda economica e alla cupa inerzia del sistema politico italiano. Alcuni di questi problemi appartengono alla memoria sfocata di come l’Italia subì il decennio degli shock internazionali aperto dal venir meno della disciplina delle parità fisse conseguente alla caduta di Bretton Woods.

L’elemento unificante del «non sistema» che succedette alla struttura nella quale si erano determinati i “miracoli” occidentali divenne l’espansione monetaria che, aumentando l’approvvigionamento di capitali, contribuì a ridisegnare la geografia economica internazionale. La stagnazione, la volatilità dei cambi, l’ascesa del Sud del mondo al rango di attore del sistema e il trasferimento internazionale dell’inflazione in un’economia dipendente dal contesto atlantico in fase di ristrutturazione, segnavano L’angusto sentiero dell’Italia e lo sfondo del debutto di Baffi governatore. Con i tratti di quell’interdipendenza, il quadriennio qui ricostruito dovette dialogare per interpretarli ricavando degli spazi adeguati a fronteggiare la situazione eccezionale riepilogata nell’introduzione di Pierluigi Ciocca al volume.

L’affastellarsi di variabili che mostravano la vulnerabilità italiana divenne per il governatore quasi un’ossessione: un susseguirsi inatteso di linee di fuoco, dalle interferenze nell’autonomia della Banca centrale, alle plumbee connivenze fra attività speculative e consorterie politiche, è descritto con angoscia nelle sue memorabili Considerazioni finali, che costituiscono la base documentaria su cui questo libro è costruito. La fedeltà di Baffi alla sua formazione e dunque la fiducia nel mercato non cedettero mai alla dogmatica scorciatoia che senza interventi amministrativi il ritorno alla normalità sarebbe stato automatico.

Il discepolo di Einaudi – che a 34 anni lo designò alla guida del Servizio Studi – aveva sperimentato nel 1947 le conseguenze di un’inflazione fuori controllo. E fu anzi lui, con Menichella e Jacobsson, a ispirare quella linea Einaudi – cioè il provvedimento di riserva obbligatoria – considerata la chiave di volta della ricostruzione. Fu l’incrocio di quelle esperienze che lo guidò all’elaborazione di interventi che andavano dall’aumento del tasso di sconto alla riduzione della liquidità, dalla revoca delle agevolazioni alle esportazioni all’aumento della riserva obbligatoria sui depositi. Su tali azioni furono fondati l’attivazione di una linea di credito con la Federal Reserve, i negoziati per prestiti con la Comunità Europea e con il Fondo monetario.

Questo complesso di provvedimenti riaffermò la fiducia internazionale nel Paese e dimostrò l’abilità nel domare la bestia affamata che Baffi aveva davanti, mentre la politica sembrava incapace di incorniciare tali operazioni in un programma di risanamento complessivo. L’assenza di una visione politica consapevole delle insufficienze strutturali dell’economia italiana fu la base della cautela di Baffi nel negoziato internazionale più importante della sua carriera: quello per l’istituzione del Sistema Monetario Europeo (Sme).

Forte del credito di cui godeva presso i colleghi banchieri centrali, Baffi condusse il negoziato in autonomia, riuscendo a ricavare all’Italia uno spazio di convivenza fra la dimensione nazionale e gli obiettivi dell’accordo europeo. Era un europeista convinto e mai contestò il valore politico di un accordo monetario in un’area a così alta integrazione commerciale come l’Europa occidentale, ma cercò di curvare le regole dello Sme a una realtà di inflazione elevata e di sottosviluppo regionale quale quella italiana. E, per quanto poteva, ci riuscì.

Da un libro come questo emergono soprattutto l’abilità, la fermezza e la competenza di un servitore dello Stato che non interpretò mai il suo ruolo pubblico come scollegato dal contesto nel quale operò e che seppe sempre marcare la differenza dei ruoli fra tecnica e politica. Intorno alla direzione che Baffi seppe imprimere alla vita di Via Nazionale si svilupparono il percorso successivo e la riaffermazione dell’autonomia della Banca d’Italia, cui pure non sono mancati, anche in epoca recentissima, gli attacchi ripetuti da parte di una politica sempre più scialba ed esangue.

Baffi fu il primo governatore del dopoguerra a svolgere tutta la sua carriera dentro palazzo Koch e come nessuno ne dominava i meccanismi, gli spazi d’azione e i limiti. Ma sapeva assai bene – e ciò è evidente dai suoi scritti ora disponibili in un volume elettronico – quanto da una consapevole collocazione internazionale del Paese dipendessero il suo futuro e la possibilità di promuovere gli interessi nazionali in un contesto meno improvvido di quello in cui si trovò a operare.

Paolo Baffi governatore
a cura di G.B. Pittaluga e G. Rey
Rubbettino, Soveria Mannelli,
pagg. 194, € 16

Per approfondire
www.bancaditalia.it/pubblicazioni/collezioni-biblioteca-baffi/2019-3-scritti-baffi/Scritti_Paolo_Baffi_in_rete.pdf

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