ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùla flessione in borsa

Fca, la difficile finanza d’impresa senza più Marchionne

di Paolo Bricco


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(EPA)

3' di lettura

Alla presentazione delle linee di sviluppo del 2019, il titolo di Fca è crollato e ha perso il 12,2% del suo valore. Oltre due miliardi di capitalizzazione sono andati persi. Il fornaio non c'è più. E il forno ha smesso di funzionare. Il fornaio è Sergio Marchionne. Il forno è la finanza di impresa della Fca. L'immagine venne adoperata per la prima volta dal manager italocanadese nel 2016: serviva a illustrare il delicato rapporto fra la finanza di impresa e il mercato, le risorse impiegate nella produzione e le risorse che arrivano dalle vendite e dal rapporto con le fonti di finanziamento.

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Il forno, appunto, doveva ben funzionare, in un gruppo nato povero – perché frutto della fusione di una azienda semifallita come la Fiat del 2004 e di una impresa fallita come la Chrysler del 2009 – che ambiva a trovare una sua posizione autonoma, in particolare dopo la mancata fusione nel 2015 con la General Motors. In effetti, dal 2016 il forno ha iniziato a ben funzionare: e, grazie ad esso, poco alla volta si è realizzata – mese dopo mese, trimestre dopo trimestre - la strategia del raggiungimento di una posizione finanziaria netta industriale positiva: quello zero debiti – industriali, beninteso – la cui assenza, fino alla metà del 2018, aveva segnato negativamente il confronto di Fca con le altre case automobilistiche, tutte da tempo portatrici di una posizione finanziaria industriale ampiamente positiva.

A osservare la drastica flessione di Fca in Borsa, avvenuta appunto in concomitanza con la presentazione degli obiettivi aziendali per il 2019, viene in mente l'immagine del forno. Si, perché uno dei punti più deboli di uno scenario debole – per questo primo anno senza Marchionne – è rappresentato dal free cash flow netto industriale, stimato in 1,4 miliardi di euro. Nel 2018, questo indicatore era valso 4,4 miliardi di euro. È vero che i vertici di Fca hanno annunciato – nella nota di accompagnamento – «maggiori investimenti ed esborsi per penali e altri costi in relazione alla definizione delle pendenze in materia di emissioni sul diesel negli Usa». Ma è altrettanto vero che una perdita secca di due terzi del cash flow netto industriale – e sottolineiamo industriale – costituisce un vulnus potenziale – una ferita – a un corpo manifatturiero che, in realtà, ha bisogno – avrà bisogno - di equilibrio e continuità – non di strappi e di ridimensionamenti – alla sua finanza di impresa.

Una finanza di impresa che, peraltro, è anche lo specchio di una tripartizione del gruppo: il Sud America, che ha non pochi problemi dopo essere stato per vent'anni – almeno fino alla Grande Crisi – il polmone che ha dato ossigeno ai suoi conti industriali e ai suoi bilanci consolidati; l'Europa, che è il grande punto interrogativo progettuale e reddituale, finanziario e commerciale; il Nord America, in cui i due perni finora solidi e di grande successo come Jeep e di Ram dovranno ora misurarsi con le incognite giuridico-finanziarie in merito alle emissioni.

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