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Fca, ecco perché serve un’alleanza anche se l’ad Manley dice che può fare da solo

di Mario Cianflone e Simonluca Pini


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(Bloomberg)

3' di lettura

La distribuzione del dividendo per la prima volta dopo 10 anni non è servita a salvare Fca in borsa, dopo la presentazione dei conti 2018 da parte dell'ad Mike Manley. Nonostante l’entusiasmo del numero uno del gruppo italo americano che presentato i 12 mesi passati come «un anno eccezionale, un punto di svolta con performance record che permetteranno di tornare a distribuire un dividendo, cosa che non accadeva da un decenni», i mercati non sono stati dello stesso avviso. Infatti il titolo è crollato a Piazza Affari del 12.21% arrivando a 13.38 euro. Se i conti di Fca non sono mai stati così floridi, con l’utile netto pari a 3.6 miliardi di euro e ricavi netti pari 115,4 miliardi di euro, in aumento del 4%, il titolo è crollato a causa delle stime comunicate dal gruppo al di sotto delle attese del mercato. L'ultimo piano annunciato da Sergio Marchionne prevede l’arrivo di un lungo elenco di modelli ma ad oggi è stata confermata solamente la 500 elettrica nel 2020 e la Jeep Renegade plug-in hybrid. E qui si ritorna sul nodo delle alleanze.

Se a Detroit Manley aveva confermato al Sole 24 Ore dell'assenza di partnership con altri gruppi, ora l'ad ha annunciato di voler ridurre i costi per essere più competitivi grazie alla ricerca delle migliori partnership per le diverse esigenze.

Fca ha bisogno di nuove piattaforme e tecnologie per restare competitiva nei prossimi anni, dove elettrificazione, connettività e guida autonoma saranno le chiavi di volta per avere successo nel mercato ma richiedono investimenti miliardari.

L’ipotesi Hyundai
Il gruppo Hyundai Motor, attualmente al quinto posto nella classifica mondiale dei costruttori, potrebbe diventare il primo car maker del mondo fondendosi con Fca. La possibilità di un eventuale interesse del gigante di Seoul era apparsa da tempo, quasi un anno e mezzo fa, su alcuni media specializzati nell’automotive e non appare priva di senso logico, al contrario della sola cessione di Jeep ai cinesi paventata nei rumors estivi. Qualche mese fa, prima della morte, l’allora capo azienda Sergio Marchionne aveva detto al Sole 24 Ore che con Hyundai si puntava a una intesa per le tecnologie dell’idrogeno.

L’ipotesi di una fusione sul Pacifico (già ventilata durante l'estate scorsa) è intrigante per una serie di motivi. Hyundai Motor Company, che controlla anche Kia, fa parte di un chaebol (cioè un megagruppo multisettoriale) che ha accesso facilitato non solo a grandi risorse finanziarie, ma anche a tecnologie di punta (robot industriali ed elettronica, ad esempio) e persino (questo è un punto chiave) a materie prime come l’acciaio. Hyundai Steel, che è integrata in Hyundai Motors, è una vera major dell'acciaio. Avere la materia prima in casa è un grande asset per una casa automobilistica.

Per quanto riguarda il prodotto, un patto tra Hyundai e Fca potrebbe fare del bene a entrambi. Da una parte i coreani dispongono di piattaforme moderne (più attuali e sofisticate di quelle di Fca), motori di concezione moderna, soluzioni green che spaziano dall’ibrido all’elettrico, dal gas fino all’idrogeno. Inoltre i coreani esibiscono una gamma di modelli di ultima generazione che coprono molti segmenti e in particolare quello, cruciale, dei suv. Tuttavia i due marchi coreani, a dispetto della qualità dei prodotti (cresciuta enormemente in pochi anni) scontano un’immagine ancora poco appetibile in alcuni mercati. Fca, invece, ha in portafoglio marchi di grande rilevanza: Jeep, Alfa Romeo e Maserati in primis. Hyundai invece vanta una copertura commerciale globale (Hyundai e Kia sono forti anche negli Usa), centri di ricerca e di design in tutto il mondo (come quello tedesco di Rüsselsheim in Germania, nella cittadella di Opel) e fabbriche diffuse globalmente, anche in Europa (a Žilina in Slovacchia e a Nošovice nella Repubblica Ceca). Per ora nessuna conferma da parte dei due gruppi ma per Fca la strada di un’alleanza sembra obbligatoria.

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