FCA

Fca, gli effetti dirompenti del «giallo» Marchionne

di Paolo Bricco


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(ANSA)

3' di lettura

L'effetto potenziale è dirompente. La malattia e la morte di Sergio Marchionne assumono i contorni di un romanzo giallo, proiettano una luce particolare sul suo rapporto nell'ultimo periodo con gli Agnelli-Elkann e, soprattutto, introducono una incognita – vera - sul futuro di Fca e di Ferrari. La nota di giovedì dell'ospedale di Zurigo, con la dichiarazione pubblica della malattia grave curata da un anno, e la nota della società secondo cui nessun particolare della crescente patologia del manager italo-canadese fosse ad essa noto hanno trovato una – soltanto parziale – ricucitura logica nella ammissione della famiglia di Marchionne che l'azienda non fosse stata informata.

Una ricucitura parziale perché – se così fosse – davvero non si spiegherebbero prima di tutto due cose. La prima è come sia stato possibile – dal punto di vista personale e del rapporto con gli azionisti – che Marchionne abbia deciso di non comunicare agli Elkann e agli Agnelli – in particolare a John Elkann e a Andrea Agnelli – i suoi problemi di salute. Una scelta davvero particolare, se si pensa alla simbiosi che aveva caratterizzato almeno la prima parte dei 14 anni di attività insieme, con Marchionne che - soprattutto fra il 2004 e il 2009, gli anni dell'uscita dalle condizioni prefallimentari – ha sempre curato e difeso da tutto e da tutti gli eredi della famiglia torinese.

La seconda cosa che non si capisce è meno soggettiva ed è più oggettiva: non si capisce come un manager appartenente alla tecnocrazia della globalizzazione abbia potuto scegliere di non informare la sua azienda e gli azionisti, Exor in primo luogo ma anche tutti gli altri, dai fondi di investimento ai piccoli risparmiatori. Soprattutto dopo che, negli ultimi sei anni, Fca e l'intera galassia degli Agnelli-Elkann hanno costruito l'architettura internazionale fondata non solo sulla quotazione delle società in Borsa all'estero, ma anche e soprattutto sulla uscita della maggior parte delle sedi legali e fiscali dall'Italia: una trasmigrazione all'estero di cui hanno avuto i benefici, ma che hanno oggettivamente aumentato la necessità – per tutto l'articolato organismo aziendale, incluso Marchionne che ne era la testa, il cuore e l'anima – di aderire a quei criteri di trasparenza e di comunicazione assoluta che determinano i corsi azionari di oggi e che definiscono le aspettative razionali sui corsi azionari di domani. Criteri che, di Paese in Paese, hanno profili e sfumature differenti, ma che – nell'articolazione dei diritti e dei doveri – avrebbe richiesto una condotta ancora più precisa e conseguente.

Lo stillicidio di informazioni e voci non smentite vanno a comporre in queste ore un quadro clinico complesso fra Milano, Zurigo e Detroit. Adesso, il problema è capire che cosa succederà negli Stati Uniti. Perché qualunque ipotesi di mancata comunicazione al mercato di dati sensibili potrebbe indurre gli azionisti a progettare – o almeno a prendere in considerazione – azioni di rivalsa nei confronti della società. Abbiamo visto che cosa è successo mercoledì 25 luglio, giorno della presentazione della semestrale e dell'annuncio della morte di Marchionne: il titolo Fca ha perso il 15 per cento. Una enormità. L'effetto Marchionne sul valore delle quotazioni è stato enorme. Fra il 2004 e il 2014 il titolo Fiat ha fatto meglio del 66% rispetto allo Stoxx Auto Europe e del 115% dell'MSCI Mondo Auto. Il 13 ottobre 2014, giorno di esordio in Borsa, il valore di Fca è di 4,6132 euro. Il 29 gennaio 2018 è di 20 euro. Il valore del titolo è più che quadruplicato: +334 per cento. Rispetto allo Stoxx Auto Europa ha fatto meglio del 284%. Rispetto al 'MSCI Mondo Auto ha fatto meglio del 309 per cento.

Bastano questi dati per intuire l'impatto dell'assenza di Marchionne. La sua morte ha modificato il quadro organico e strutturale di Fca. Una eventuale instabilità collegata al giallo delle condizioni di salute non comunicate nell'ultimo anno al mercato potrebbe avere un effetto dirompente.

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