il presidente del gruppo automobilistico

Fca, Elkann: stop al dialogo con Renault per proteggere i nostri interessi

di Flavia Carletti

Fca-Renault, ecco perché è saltato l'accordo sulla fusione

4' di lettura

«Ci vuole coraggio per iniziare un dialogo come abbiamo fatto noi. Quando però diventa chiaro che le conversazioni sono state portate fino al punto oltre il quale diventa irragionevole spingersi, è necessario essere altrettanto coraggiosi per interromperle e ritornare immediatamente all’importante lavoro che abbiamo da fare». Lo ha scritto il presidente di Fca, John Elkann, in una lettera inviata ai dipendenti del Gruppo.

«La decisione di iniziare queste conversazioni con Groupe Renault è stata corretta, una decisione che abbiamo preso dopo esserci preparati su tutti i fronti. L’ampio consenso che ha ricevuto è stato un chiaro segnale che il nostro tempismo, così come l’equilibrio di ciò che abbiamo proposto, erano corretti. La scelta di interrompere il dialogo non è stata presa con leggerezza ma con un obiettivo in mente: la protezione degli interessi della nostra società e di coloro che lavorano qui, tenendo chiaramente in considerazione tutti i nostri stakeholder», ha proseguito Elkann nella lettera ai dipendenti.

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«Fca, sotto la leadership di Mike Manley, è una società straordinaria, piena di persone eccezionali con una chiara strategia per un futuro forte e indipendente. Continueremo a essere aperti a opportunità di ogni tipo che offrano la possibilità di rafforzare e accelerare la realizzazione di questa strategia e la creazione di valore», conclude il presidente di Fiat Chrysler Automobiles nel suo scritto.

Dopo il mancato accordo scatta il rimpallo di responsabilità
Il giorno del 75° anniversario del D-day, il giorno dello sbarco alleato in Normandia durante la seconda guerra mondiale, sarebbe potuto essere quello del grande annuncio di una alleanza europea nel settore auto tra Fca e il gruppo Renault. Sembrava che tutto fosse fatto e si aspettava solo la conferma dell’orario e la fissazione di una location adeguata per la conferenza stampa. L’occasione era ricca, l’annuncio di una fusione europea per la nascita del terzo produttore al mondo di auto, con una capacità di 8,7 milioni di vetture l’anno e un fatturato di circa 170 miliardi di euro (stando ai dati 2018). La situazione è però precipitata nel giro di poche ore. Al termine di un cda iniziato alle 18 di ieri, poco dopo la mezzanotte è arrivata una nota di Renault che rinviava ancora la sua risposta, dopo il nulla di fatto della riunione del consiglio di martedì 4 giugno, quando con cda ancora in corso si era parlato di un «accordo di massima» raggiunto tra le parti. A stretto giro è arrivata la reazione di Fca: il gruppo italo-statunitense ha ritirato la proposta. Per la Casa del Lingotto, non ci sono le «condizioni politiche» per andare avanti. Il riferimento è al governo francese.

I paletti francesi
Le richieste dello Stato (azionista al 15% di Renault) sono state considerate inaccettabili. Come ha riportato l’agenzia Bloomberg, la Francia voleva il controllo della fusione, ricordando che il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, era stato coinvolto nelle trattative fin dalle prime fasi.

Ci sarebbe stato quindi un rialzo della posta considerato da Fca tale da far cadere il progetto. Bercy ha rimandato al mittente le accuse, sostenendo di non essere la causa del mancato accordo, dopo che ieri, prima del cda, Le Maire aveva comunque chiesto di non avere fretta a chiudere e ribadendo che lo Stato francese avrebbe vigilato sugli interessi industriali francesi. Renault, dopo ore di silenzio, ha poi fatto sapere di essere «delusa» per l’esito della vicenda, mantenendo comunque un approccio positivo nel confronti di Fca e della proposta, giudicandola come «una opportunità al momento giusto».

Il 27 maggio scorso, dopo settimane di trattative già avviate, Fca ha ufficializzato al cda di Renault una proposta di fusione «alla pari», che prevedeva la nascita di una capogruppo partecipata 50-50 dagli attuali azionisti di Fca e Renault. Questo avrebbe voluto dire un 14,5% a Exor (holding che controlla Fca e fa capo alla famiglia Agnelli-Elkann) e 7,5% ciascuno allo Stato francese e a Nissan della nuova entità di controllo dei due gruppi, quotata a Milano, Parigi e New York e con una presenza globale. La prima riposta di Renault è stata quella di definire «interessante» la proposta. Le trattative sono andate avanti in attesa del cda di Renault per il via libera alla trattativa esclusiva.

Il nodo di Nissan
Nel frattempo, il presidente di Renault, Jean-Dominique Senard, è volato in Giappone per presentare la proposta ai partner nipponici di Renault, Nissan e Mitsubishi. Anche il presidente di Fca, John Elkann, si è rivolto ai vertici delle case giapponesi per chiedere un incontro. L’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi e come preservare i rapporti con i partner giapponesi di Renault sembrava lo snodo chiave per portare a casa il via libera del cda del gruppo d’Oltralpe.

Il governo francese aveva fatto aperture alla fusione e Le Maire aveva parlato di un grande progetto industriale europeo. È stato quindi fissato un primo cda di Renault per il 4 giugno. La risposta attesa non è arrivata ed è stata convocata una nuova riunione. Nel frattempo, dallo stesso Le Maire sono arrivati inviti a non avere fretta di chiudere e richiami alle garanzie per la parte francese. Oltre al rispetto dei livelli occupazionali e degli stabilimenti francesi, tra le richieste avanzate dal governo un posto nel cda della nuova società e nel comitato nomine. Mentre dal Giappone arrivavano schiarite, con l’intenzione dei consiglieri espressione di Nissan nel board di Renault di astenersi sul voto per la proposta di fusione con Fca, sarebbe stato il «fuoco amico» di Bercy a impallinare l’operazione. Nel frattempo, si erano alzate le voci critiche dei sindacati francesi e di chi, come il fondo Ciam (azionista di Renault), sosteneva che la proposta di Fca non valorizzasse correttamente il gruppo che ha sede a Boulogne-Billancourt.

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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