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Fca, la vera prova del nuovo ceo è convincere gli investitori

di Paolo Bricco

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3' di lettura

Il trauma del dopo Marchionne. La continuità interna – nelle strategie aziendali e nei meccanismi di potere organizzativo - è difficile, ma non impossibile. Anche se è una continuità in toto americana. Non italiana. La continuità esterna – nel rapporto con gli investitori – è invece molto, molto difficile.

La continuità interna è garantita dalla scelta dell’uomo della Jeep, Mike Manley: la leadership manageriale coerente con la fisiologia industriale, in prevalenza americana e imbastita soprattutto sulla Jeep. La continuità esterna è una chimera. Perché il peso specifico di Sergio Marchionne, da ieri, si è trasformato sui mercati finanziari in assenza e l’assenza è diventata vuoto. Andiamo con ordine.

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La scelta di Manley – inglese di nascita, ma car guy di Detroit di adozione – consente di stabilizzare un organismo societario scosso alle fondamenta dall’uscita improvvisa e crudele di Marchionne. Si riparte dalle fabbriche, dalle concessionarie, dagli investimenti pubblicitari.

Naturalmente, dal Nord America. Si riparte dalla calibratura fra il pieno utilizzo degli impianti d’oltreoceano e l’utilizzo della leva dei prezzi, che già nell’ultimo anno e mezzo Marchionne aveva iniziato a muovere verso l’alto, alla ricerca di quei margini che sono tutt’altro che scontati in un oligopolio paradossalmente ad alta concorrenzialità come l’automotive industry.

In questo, la lezione di Marchionne appare il primo nocciolo duro della nuova Fca: il connubio fra manifattura e finanza di impresa è dimostrato dalla scelta di mantenere in azienda Richard Palmer, il capo della finanza fra i papabili alla successione, che ha anche ricevuto l’incarico di coordinare il business development. Per adesso, dunque, prevalgono la stabilità e la continuità concettuali e operative, necessarie per superare il deserto apertosi all’improvviso davanti al gruppo quando le condizioni di salute di Marchionne si sono aggravate. Poi, si vedrà. Quello che, invece, è tutto da verificare è l’atteggiamento degli investitori internazionali. Le prime sbandate di ieri non lasciano presagire nulla di buono.

Le crescite dei valori dei titoli durante i quattordici anni di Marchionne hanno qualcosa di prodigioso. L’oggettività di alcune valutazioni si è nutrita e si è alimentata della soggettività di Marchionne. Il suo carisma. La sua capacità di trasformare i desideri in aspettative economiche e le aspettative economiche in quotazioni crescenti. E, tutto questo, non è valso soltanto per la scommessa che Ferrari fosse apparentabile ai titoli del lusso. Anche se, va detto, le quotazioni di Fca poggiano su fondamentali che beneficiano dell’uscita dai segmenti produttivi meno remunerativi.

GUARDA IL VIDEO / Mike Manley, il successore di Marchionne

Il meccanismo innescato da Marchionne, però, si è fermato. E non è replicabile. E, questo, potrebbe avere conseguenze di lungo periodo. Se gli investitori inizieranno a credere meno alla bontà delle attuali quotazioni di Fca – scorporando da esse il valore del manager italocanadese – l’effetto potrebbe influire direttamente sul destino del gruppo.

Marchionne ha lavorato intensamente per una operazione straordinaria che consentisse al gruppo di confluire – in una posizione di minore o di maggiore forza – in un aggregato più grande. Il suo era un dettato teorico. Che, però, non si è trasformato in una realizzazione pratica. Ora Fca e i suoi azionisti non possono che procedere con prudenza, passo dopo passo. Ma, certo, qualunque cosa accadrà in futuro, il peso della Fca sarà probabilmente – in termini di capitalizzazione – inferiore. E, soprattutto, al tavolo non sarà più seduto il pokerista con il maglione nero. Nonostante tutto, convincere gli investitori: una sfida, per Mike Manley, da fare tremare i polsi.

Ecco chi è Mike Manley, il nuovo ad di Fca successore di Marchionne
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