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Fed, un cambio radicale di strategia

di Riccardo Sorrentino


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(AFP)

3' di lettura

Jerome Powell ha invitato a non sopravvalutarli. I “dots”, le previsioni sui tassi dei singoli governatori che gli analisti aggregano (calcolandone medie e mediane) non rappresentano un consensus e non disegnano una strategia. La revisione di marzo, però, a queste proiezioni difficilmente può essere considerata poco rilevante: sono troppi, infatti, i governatori che hanno cambiato opinione.

Un solo rialzo dei tassi
Le mediane - la funzione più indicata, in questo caso, per estrapolare dai dati un’indicazione unica - indicano che la Fed immagina di alzare i tassi di interesse di 0,25 punti base una sola volta, e nel 2020: la mediana è calata al 2,625%, corrispondete al 2,50-2,75% (oggi sono al 2,25-2,50%). Il livello di lungo periodo - che può essere considerato come un obiettivo, o più precisamente come il livello neutrale dei tassi - è al 2,75% (come tre mesi fa). Segno che la Fed - ammesso che l’aggregazione possa davvero ricostruire la “volontà” della banca centrale - non immagina di dover alzare i tassi al di sopra di questo livello, come pensava di fare solo a dicembre, quando si immaginava di spingere il costo del credito al 3-3,25% nel 2021 attraverso tre rialzi dei tassi.

Un terremoto tra i governatori
Non solo: a dicembre solo due governatori immaginavano di mantenere tassi fermi nel 2019, mentre oggi sono undici. Solo due immaginavano di tenerli fermi o di alzarli una volta sola entro il 2020: oggi in sette immaginano di non toccare il costo del credito fino alla fine dell’anno prossimo, mentre altri quattro pensano che debbano essere alzati di 0,25 punti. Cinque, infine, pensano di tenere i tassi al livello attuale anche nel 2021 (era uno solo tre mesi fa) e altri cinque di tenerli un quarto di punto più alto (erano tre). È un forte cambiamento di rotta che non permette davvero di sottovalutare il messaggio dei dots.

Previsioni di crescita in frenata nel 2019
A questo nuovo orientamento dovrebbero corrispondere forti cambiamenti nella valutazione dell’andamento dell’economia. Non è proprio così, però. Il comunicato della Fed prende atto del rallentamento della creazione di posti di lavoro ma si rifiuta - giustamente, dal momento che si tratta di un solo mese - di dargli troppa rilevanza. Le previsioni per la crescita di quest’anno sono state riviste al ribasso, dal 2,3% al 2,1% e quelle per il 2020 all’1,9% dal 2%, con un range delle proiezioni che è però leggermente migliorato. Dal momento che il “lungo periodo” è fissato all’1,9% non è certo la crescita ad aver consigliato un cambio di strategia così radicale. Il presidente Jerome Powell, in conferenza stampa, del resto ha sottolineato come il pil continua a muoversi «lungo il trend».

Occupazione e prezzi ancora positivi
La disoccupazione è vista in ripresa, ma non a livelli superiori al livello di lungo periodo: passerà al 3,7% quest’anno (dal 3,5% indicato a dicembre), e salirà al 3,8% (dal 3,6%) nel 2020 e al 3,9% (dal 3,8%). Il lungo termne è stato rivisto al 4,3% dal 4,4% e resta ben al di sopra. Anche l’inflazione sembra stabile: la mediana risulta in flessione all’1,8%, dall’1,9% per quest’anno, è stata rivista al 2%, dal 2,1% per il 2020 e il 2021. Il range delle proiezioni è cambiato.

Condizioni finanziarie più accomodanti
Non si può neanche pensare che la Fed abbia voluto moderare le condizioni finanziarie - definite da tassi di mercato, cambio effettivo e andamento delle Borse - che a dicembre e a gennaio apparivano troppo restrittive per essere compatibili con l’orientamento di politica monetaria. Lo impedisce la natura stessa delle proiezioni e dei “dots”, che aggregano singole previsioni, e non costituiscono quindi una vera strategia di comunicazione (anche se forniscono informazioni importanti sulle opinioni dei governatori. Lo impediscono anche le parole di Powell, secondo il quale le condizioni sono «più accomodanti rispetto a un paio di mesi fa» e quindi si sono mosse nella direzione giusta.

Un cambio di strategia?
In conclusione, la Fed immagina di operare un solo rialzo dei tassi, peraltro molto incerto, da qui al 2021, invece dei tre ancora previsti a dicembre, senza modificare in modo altrettanto drammatico le proiezioni di crescita, occupazione e inflazione. Non ci sono elementi sufficienti per parlare di una contraddizione tra le varie proiezioni - l’analisi dovrebbe essere ben più approfondita e tecnica - ma non è azzardato ipotizzare che la Fed nel suo complesso - il voto è stato unanime - abbia modificato il proprio atteggiamento. Esattamente come è cambiata la composizione del board e l’intera visione dell’economia della classe dirigente americana.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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